sabato 24 dicembre 2016

Il cuore girevole - Donal Ryan


30312050

 

I Contenuti

Il cuore girevole è un romanzo corale e polifonico in ventuno capitoli, ognuno condotto dal punto di vista di un personaggio diverso, su quanto accade in un paesino della campagna irlandese all’esplosione della bolla speculativa immobiliare che costellò gli insediamenti rurali di ghost town, lotti di mini-villette a schiera mai abitate. La lente d’ingrandimento di Ryan consegna al lettore il quadro delle vicende che si sviluppano attorno al fallimento di un’impresa edile: relazioni, tradimenti, rapporti familiari disfunzionali, un omicidio e un rapimento trovano uno spazio tanto naturale quanto le gesta dettate dall’amore, dallo spirito di solidarietà, dalla dignità e dal rispetto. Ogni capitolo recupera la trama del precedente spingendola in avanti: la vicenda avanza arricchendosi ogni volta di informazioni decisive, rivelazioni, ipotesi e dubbi formulati da prospettive inedite e inattese, il tutto in uno stile unico, ruvido e vivace, ironico e coinvolgente.


La Recensione

Il cuore girevole, in originale "The Spinning Heart" è un romanzo dello scrittore irlandese Donal Ryan, pubblicato nel 2012. Questo libro è stato eletto come libro dell'anno in Irlanda proprio nell'anno della sua pubblicazione.

E' uno scritto corale, diviso in ventuno capitoli, ognuno condotto dal punto di vista di un personaggio diverso, su quanto accade in un paesino della campagna irlandese all'esplosione della bolla speculativa immobiliare che costellò gli insediamenti rurali di ghost town, lotti di mini-villette a schiera mai abitate.

Ricorda un poco le vicende che si intrecciano viste da angoli diversi dell'antologia di Spoon River, ma senza mai toccarne le profondità di quest'ultimo; ogni capitolo è raccontato da un personaggio diverso e ogni personaggio ha a che fare con la vicenda narrata. Una sorta di caleidoscopio che ci fa vivere le diverse facce di una medesima storia. E' una lettura particolare che affronta il tema della crisi economica in Irlanda e delle sue ripercussioni sulla vita degli abitanti di questo paesino; è carina l'idea di raccontare la storia con questo stile, ma di per sé i contenuti della vicenda sono poco originali e il tema di sfondo della crisi anche un po' noioso.

Con la polifonia de "Il cuore girevole" si riporta bene quello che spesso accade nella realtà: gli altri hanno una percezione di noi diversa da quello che abbiamo noi di noi stessi. Attraverso i vari personaggi appare chiaro come la facilità di giudizio, l’interpretazione soggettiva dei fatti, viene visto dagli altri in maniera completamente diversa, a volte completamente errata.

La struttura è originale, il tema principale un po' meno, anche se alcuni personaggi sono efficaci e arrivano al cuore, in questo caso, girevole.


Voto: 3/5

    lunedì 28 novembre 2016

    Yellow Birds - Kevin Powers


    17694407

     

    I Contenuti

    Bartle ha promesso di riportare Murphy a casa intero. Non ce l'ha fatta. Questa è la sua colpa.
    Il racconto straziante dell'amicizia fra due ragazzi, una storia sulla perdita dell'innocenza destinata a diventare un grande classico contemporaneo. Partiti a diciott'anni. Talmente impreparati, talmente ingenui da credere che insieme ce l'avrebbero fatta. Bartle è devastato dal senso di colpa. Per non avere impedito che Murphy morisse. Per non essere riuscito ad attenuare la brutalità e l'orrore della guerra. Ora che è tornato a casa, vede Murphy ovunque. Insieme alle altre immagini dell'Iraq: i cadaveri che bruciano nell'aria pungente del mattino, i proiettili che si conficcano nella sabbia, le acque del fiume che ha inghiottito il loro sogno. E il tormento per la promessa che non ha saputo mantenere non gli dà pace.


    La Recensione

    "Un uccello giallo
    con un becco giallo,
    era appollaiato su
    il mio davanzale.
    Io l'ho attirato
    con un pezzo di pane
    E poi ho rotto
    la sua cazzo di testa... "

    Yellow Birds, titolo lasciato in inglese anche nella versione italiana del libro, è il romanzo d'esordio dello scrittore americano e veterano della guerra in Iraq, Kevin Powers, proveniente da una famiglia con padre e nonno arruolati nei marines. E' stato eletto come uno dei cento libri più notevoli del "The New York Times" e finalista per il 2012 del National Book Award. Il libro sarà adattato sullo schermo nel 2017 da Alexandre Mori e interpretato Jack Huston , Alden Ehrenreich , Tye Sheridan e Jennifer Aniston.

    Gran parte del romanzo attinge all'esperienza dell'autore, che ha servito un anno come mitragliere a Mosul e Tal Afar, in Iraq, dal febbraio 2004 a marzo 2005 dopo l'arruolamento nello esercito all'età di diciassette anni. Dopo il congedo, Powers si iscrive in Virginia all'università, dove si è laureato nel 2008 con una laurea in lingua inglese. Il romanzo è nato dopo quattro anni di scrittura e la trama è inventata, ma tra il protagonista dello stesso e l'autore c'è un allineamento preciso tra la sua vita emotiva e mentale.

    Gran parte del romanzo si concentra sulla promessa di Bartle alla madre di Murph, un soldato come lui, di non lasciarlo morire in guerra. Bartle e Murph faranno anche un patto di non essere la vittima numero mille nella guerra, ma già da subito si scopre che Murph non farà ritorno a casa. Yellow Birds, non solo riporta le vicende che si svolgono in teatro di guerra, ma anche quello che i soldati provano al loro rientro in patria.

    Uno dei principali temi del libro è la separazione tra il pubblico americano e soldati che combattono all'estero, che ha dominato gran parte della guerra in Iraq. In un episodio infatti si racconta che al ritorno di Bartle dalla guerra, il barista di un bar all'aeroporto vuole offrigli la birra che ha bevuto per esprimere la sua gratitudine per il suo servizio; lui tuttavia, trova questo gesto sbagliato e in malafede e si sente colpevole e non vuole essere ringraziato per la sua partecipazione a qualcosa che vede come immorale.

    La struttura è quella di due piani temporali che si dipanano in parallelo fino a convergere nel finale. Questo è un libro molto forte, intenso, che descrive la distruzione, la morte, la crudeltà e le devastazioni fisiche e psicologiche dei soldati; è triste e profondo e fa capire l'assurdità e inutilità della guerra. La pecca è che ho trovato la scrittura in molti punti molto artificiosa e ricercata, non plausibile per un ragazzo di diciassette anni. I pensieri, le paure, gli stati d'animo del protagonista sono messi a nudo in maniera troppo ricercata e artefatta, con un linguaggio descrittivo troppo artificioso.

    In definitiva questo libro mi è piaciuto ma avrei preferito una scrittura con meno orpelli che probabilmente poco si adattano alla crudeltà della guerra.


    Voto: 3/5

      domenica 27 novembre 2016

      Il segreto del Bosco Vecchio - Dino Buzzati


      6871614

       

      I Contenuti

      "Bosco Vecchio - scrive Claudio Toscani nella sua introduzione a questo volume - è un mito: è la foresta sacra dove affondano le loro radici l'infanzia dello scrittore e quella dell'umanità, dimensione incontaminata che simbolizza la vita come forza gioiosa e gratuita, disinteressata ed eterna. Bosco Vecchio è abitato da un popolo di geni, custodi degli alberi, titolari della magica possibilità di trasformarsi a piacere in animali o in uomini, nonché di uscire dai loro domestici tronchi per vivere una vita del tutto uguale alla nostra. Un fantastico, questo di Buzzati, che ci fa credere nell'incredibile perché i suoi segreti, le sue magiche coincidenze, le sue rivelanti metamorfosi, i suoi suscitanti sortilegi sono un inverosimile che ci aiuta ad esaurire il verosimile".


      La Recensione

      "Fin che si è piccoli, non ci sono attenzioni che bastino; quando poi si è diventati grandi, si è faticato e si è stanchi, non c'è un cane che ci guardi."

      Il segreto del Bosco Vecchio, pubblicato nel 1935 a Milano, è il secondo breve romanzo scritto da Dino Buzzati. Dal romanzo è stato tratto l'omonimo film diretto, nel 1993, da Ermanno Olmi, con protagonista Paolo Villaggio. Le riprese per il Bosco Vecchio furono girate nella Foresta di Somadida, e la casa del cavalier Morro, e poi di Sebastiano Procolo fu fatta costruire apposta in mezzo al bosco sopra il Passo delle Tre Croci, e poi fu smantellata. Il romanzo di Buzzati è una storia semplice e fantastica, una sorta di inno all'infanzia, ricolma di metamorfosi, sortilegi, magiche coincidenze e metafora del rapporto paradossale che l’umanità adulta ha con la Natura. 

      Buzzati per me è diventato una garanzia di qualità assoluta e questo libro è meraviglioso. Siamo nel mezzo di una fiaba e di un racconto popolare, un romanzo di formazione e di miti nordici, con la visione di una natura ancestrale incantata e meravigliosa.

      La trama del romanzo ha come protagonista il colonnello Sebastiano Procolo, che eredita dallo zio parte delle tenute della Valle di Fondo, il cosiddetto "Bosco Vecchio", mentre il resto è stato lasciato al nipote dodicenne di Sebastiano, Benvenuto, che vive in un collegio non lontano da Fondo. Ben presto l'avidità del colonnello lo spingerà a desiderare l'intero bosco per poterne sfruttare appieno le risorse abbattendone gli alberi. I genii, custodi secolari degli alberi si opporranno alle sue intenzioni. 

      Buzzati in questo romanzo ha dato voce al bosco, agli animali e al vento con incredibile maestria. I veri personaggi del libro secondo me sono i genii, il vento Matteo (su tutti il migliore), la gazza guardiana, il bosco stesso: universo vivo e palpitante e non sfondo su cui si muovono i personaggi. Ne esce una storia che è come una fiaba che racconta della paura di mostrarsi davvero per ciò che si è e di quel magico periodo dell'infanzia che precede la caduta delle illusioni e dell'innocenza col passaggio ad un'altra età.

      "Poveretti anche loro, non ne avevano colpa. Avevano finito di essere bambini, non se l'immaginavano neppure. Il tempo era passato anche sopra di loro e non se n'erano affatto accorti. A quell'età si guarda avanti, non si pensa a quello che è stato. Ridevano spensieratamente come se nulla fosse successo, come se tutto un mondo non si fosse chiuso dietro a loro."

      Ritroviamo in questo breve romanzo le tematiche ricorrenti nella produzione di Buzzati: l'angosciosa ricerca di un senso della vita, l'irrazionale ossequio a una regola inconoscibile e tirannica, luoghi metafisici, immagini simbolo della solitudine e della impossibilità di sfuggire al proprio destino, l'inesorabilità dello scorrere del tempo; ma anche altre tematiche più particolari: la sacralità della natura, il passaggio dall'infanzia alla maturità, dalla fantasia alla razionalità, la caduta e la redenzione.

      Dino Buzzati è bravissimo, il romanzo, in cui il tempo sembra essere fisso, scorre velocemente in modo semplice, diretto, fantasioso ed è ricco di considerazioni di fondo sull'esistenza umana. Esce prepotentemente dalle sue parole una sorta di malinconia dell'infanzia, il periodo più fantastico e pieno di magia che un bambino può vivere nella sua intera vita.

      La storia del Bosco Vecchio, con tutta la sua magia d’altri tempi, con tutta la sua dolcezza filtrata da una scrittura così semplice e sentita è di quelle che rimangono nel profondo del cuore e lo scaldano nei momenti più bui e freddi, con un finale meraviglioso. 

      Da leggere ai propri figli. Da regalare ad un amico.


      Voto: 5/5

        domenica 20 novembre 2016

        Buio a mezzogiorno - Arthur Koestler


        9666219

         

        I Contenuti

        Nell'Urss dei tardi anni Trenta, durante l'imperversare delle "purghe" staliniane, l'ex commissario del popolo e rivoluzionario della prima ora Rubasciov è rinchiuso in carcere in attesa di un processo per atti rivoluzionari. Si trova così ad essere vittima di un meccanismo che nella sua indefettibile fedeltà al Partito egli stesso ha infinite volte attivato, tradendo compagni e amici, rinnegando ogni principio morale, pur di eliminare ogni eventuale ostacolo alla sopravvivenza del comunismo. Di fronte agli estenuanti interrogatori cui è sottoposto, accusato di crimini mai commessi, si rende conto che ciò che gli inquisitori vogliono non è accertare la verità, ma semplicemente ottenere da lui una confessione che giustifichi una condanna già pronunciata. Scritto nel 1940, il romanzo è uno dei più lucidi e toccanti atti d'accusa contro i meccanismi perversi del totalitarismo e i guasti irreparabili dell'ideologia.


        La Recensione

        Buio a mezzogiorno, in originale "Darkness at Noon" è un romanzo scritto nel 1940 dello scrittore ungherese Arthur Koestler, pubblicato in lingua inglese nel 1941, a Londra e New York: descrive l'arresto, la detenzione, gli interrogatori e l'esecuzione di un importante membro del Partito comunista sovietico nel periodo delle grandi purghe staliniane.

        Il romanzo ambientato nel 1939, si rifà al processo e alla condanna a morte di Nikolaj Ivanovič Bukharin, svoltosi nel 1938, e a quelli di altri alti dirigenti comunisti che in quegli anni furono vittime di un'epurazione che caratterizzò l'epoca del Grande terrore. 

        La trama del romanzo: un alto funzionario del Partito sovietico, ex commissario del popolo, Nicola Salmanovič Rubashov, viene arrestato nella sua abitazione in piena notte, per attività controrivoluzionarie. Trasferito in cella, ricorda la propria vita di esponente di primo piano del Partito fin dalla Rivoluzione e le persone che egli stesso ha portato alla condanna e alla "liquidazione". All'epoca, soprattutto i funzionari che avevano svolto missioni all'estero, vennero accusati di cospirazioni con il capitalismo, di tradimenti della causa comunista che essi non concepivano nemmeno. Le confessioni estorte con la tortura venivano poi utilizzate contro l'imputato e il cerchio si chiudeva sia per il falso testimone, a sua volta accusato da altri, sia per l'imputato. Un incubo dal quale si usciva solo con la morte, inutile e liberatoria. Il ruolo contrapposto a Rubaschov sarà quello di Gletkin che lo interrogherà nel ruolo di magistrato indagatore, uno zelante e incolto funzionario della nuova generazione che incarna la dottrina più cieca, senza altri valori se non quelli del Partito e della sua politica.

        Nella Russia ai tempi di Stalin dove il comunismo non per una scelta ma una fede totale, come credo indiscutibile che non richiede e non vuole alcun libero arbitrio. Un paese dove lo stesso uso del pronome "Io" viene condannato e proibito come borghese e antirivoluzionario; una totale spersonalizzazione, dove si diventa numeri al servizio di un immaginario popolo che non esiste se non nella propaganda. La collettivizzazione imposta dal pasto quotidiano alle sedute dove vengono spiegate la disposizioni del potere e si procede ad una pubblica auto accusa magari solo per aver pensato in prima persona o essere entrati al lavoro con qualche minuto di ritardo, perché questo viene considerato sabotaggio e punibile anche con anni di internamento.

        Il libro di Koestler è un penetrante romanzo psicologico dai toni intensi e coinvolgenti, moderni, mai ripetitivo, con una velocità di lettura sorprendente che mi è davvero piaciuto tanto. Una lettura illuminante che getta una luce, provocando molte ombre, sulle purghe staliniane e sui processi farsa celebrati in URSS sul finire degli anni trenta. La narrazione della vicenda del protagonista si alterna a momenti di riflessione profonda sulla politica, sul totalitarismo, sull'umanità, sull'etica e sulla storia. 

        Consigliato.


        Voto: 4/5

          sabato 12 novembre 2016

          L'opera da tre soldi - Bertolt Brecht


          9718130

           

          I Contenuti

          Nella Londra del primo Novecento, in un universo brulicante di miserabili, furfanti e prostitute, lo strozzino Gionata Geremia Peachum cerca di consegnare al boia lo sgradito genero Mackie Messer. Vano tentativo, però: imprigionato dopo colpi di scena, tradimenti e fughe, Mackie già sulla forca e con il cappio al collo, vedrà ribaltarsi provvidamente il suo destino.


          La Recensione

          Ahimè, di cosa vive l'uomo? Solo assaltando
          gli uomini, torturando, depredando, sbranando.
          Nel mondo l'uomo è vivo solo ad un patto:
          se può scordar che a guisa d'uomo è fatto.

          L'opera da tre soldi, in originale "Die Dreigroschenoper" è un'opera teatrale di Bertolt Brecht. Si svolge nell'ambiente della malavita londinese e dei mendicanti, ma mette in scena, in realtà, il cinismo del mondo aristocratico con i suoi affari, i suoi interessi, i suoi intrighi.

          L'opera da tre soldi fu rappresentata per la prima volta nel 1928 nel teatro Schiffbauerdamm a Berlino. L'autore metteva in scena il mondo del sottoproletariato, dei banditi e dei derelitti, con intenzione provocatoria nei riguardi del pubblico borghese, che avrebbe dovuto scandalizzarsi di fronte all'ambiente, ai personaggi e al loro linguaggio. Il pubblico ideale per Brecht doveva essere il proletariato, infatti il titolo indicava provocatoriamente il prezzo del biglietto d'entrata, ma paradossalmente gli operai disertarono le rappresentazioni, mentre il pubblico borghese invece ne decretò il successo, con sorpresa e disappunto dell'autore.

          L'opera è ambientata nella Londra vittoriana. Il protagonista, nell'opera di Brecht è Macheath, noto criminale. Macheath sposa Polly Peachum. Il padre di Polly, che controlla tutti i mendicanti di Londra, è sgradevolmente sorpreso dall'avvenimento e tenta di far arrestare e impiccare Macheath. I suoi maneggi sono però complicati dal fatto che il capo della polizia, Tiger Brown, è un amico di gioventù di Macheath. Alla fine Peachum riesce a farlo condannare all'impiccagione, ma poco prima dell'esecuzione, Brecht fa apparire un messaggero a cavallo da parte della "Regina" che grazia Macheath e gli conferisce il titolo di baronetto, nella parodia di un lieto fine.

          Sicuramente il modo migliore è assistere all'opera sulla scena e non leggere il testo perchè ovviamente si perde il ritmo delle molte canzoni, l'effetto dei cartelloni scritti e il senso generale che mi sembra punti molto sull'atmosfera più che sulle parole. La critica ovviamente è tutta rivolta alla borghesia dell'epoca, che è ben rappresentata nelle azioni dei personaggi e sinceramente mi sembra anche per questo un'opera molto attuale anche se la borghesia di allora è diversa da quella dei giorni nostri.

          Brecht molto probabilmente non è da leggere, ma da vivere in teatro. Rimane comunque un'opera da cui non si può prescindere.


          Voto: 3/5

            lunedì 7 novembre 2016

            Non lasciarmi - Kazuo Ishiguro


            7881201

             

            I Contenuti

            Kathy, Ruth e Tommy sono cresciuti in un collegio immerso nella campagna della provincia inglese. Sono stati educati amorevolmente, protetti dal mondo esterno e convinti di essere speciali. Ma qual è, di fatto, il motivo per cui sono lì? E cosa li aspetta oltre il muro del collegio? Solo molti anni più tardi, Kathy, ora una donna di trentun anni, si permette di cedere agli appelli della memoria. Quello che segue è la perturbante storia di come Kathy, Ruth e Tommy si avvicinino a poco a poco alla verità della loro infanzia apparentemente felice, e al futuro cui sono destinati.


            La Recensione

            Non lasciarmi, in originale "Never Let Me Go" è un romanzo del 2005 del filone ucronico, opera dello scrittore britannico di origini giapponesi Kazuo Ishiguro. La storia è ambientata in un presente alternativo distopico ed è raccontata sotto forma di flashback dalla protagonista del libro, Kathy. Il titolo si riferisce ad una immaginaria canzone "Never Let Me Go" di un'altrettanto immaginaria cantante Judy Bridgewater che colpisce profondamente Kathy. Il Time ha giudicato quest'opera come il migliore romanzo del 2005 e l'ha inserito nella lista dei cento migliori romanzi in lingua inglese pubblicati dal 1923 al 2005. Nel 2010 dal romanzo è stato tratto un omonimo film diretto da Mark Romanek e con protagonisti Carey Mulligan, Keira Knightley e Andrew Garfield.

            Il lettore viene avvolto da subito dal tono confidenziale, già conosciuto e apprezzato in "Quel che resta del giorno" (romanzo principale dell'autore) e si prepara ad assaporare una storia. Il luogo dove si svolge la vicenda narrata nel libro è per la maggior parte del testo in un collegio quasi celato nella campagna inglese nei tardi anni novanta, dove all'inizio sembra tutto idilliaco: bambini che giocano, litigano, stringono amicizie, si interrogano sui casi della vita, ridono e studiano, si arrabbiano, imparano a crescere. Ma fin da subito dalle pagine esce un'indefinito senso di inquietudine, un sottofondo stonato e serpeggiante che ti la lascia perplesso e quasi avverti un senso soffocante. L’atmosfera è cupa, quasi immobile, una cappa ricolma di ansia. Sembra il risvolto negativo di quanto dovrebbe essere la vita normale.

            Il romanzo è diviso essenzialmente in tre parti e tutta la storia viene narrata da una voce femminile di nome Kathy che ripercorre la sua infanzia, la sua adolescenza e la sua vita attuale, presentando via via i pochi elementi su cui è basata tutta la vicenda: il suo lavoro, il suo passato, le sue amicizie, la sua educazione. In realtà questi elementi appaiono fin da subito fumosi, accennati, poco chiari e tutta la narrazione lentamente tende a dipanare il mistero di queste esistenze mentre se ne percorre la storia raccontata dalla protagonista. 

            Kathy non racconta solo la sua storia, ma anche quella di altri due bambini provenienti dal collegio di Hallisham dove lei è cresciuta: Tommy e Ruth, la loro amicizia, il loro amore, i loro litigi, il loro perdersi e poi ritrovarsi. Li seguiamo durante tutto il loro percorso di crescita, durante la presa di consapevolezza di ciò che sono e ciò a cui sono destinati, durante la scoperta dei sentimenti e dei legami che indissolubilmente li legano. Mentre si percorre la vicenda ci si domanda cosa significhi essere "assistente", "donatore", quali siano i loro scopi finali. Nessun particolare viene offerto del quadro distopico proposto, tutto è taciuto e sottinteso, come se dovesse essere già conosciuto, Ishiguro man mano che le vicende si dipanano inserisce particolari che da nebulosi prenderanno forma fino ad essere svelati nella sua più chiara nitidezza.

            Ad essere sincero, il libro non mi ha catturato immediatamente, ma più proseguivo nella lettura più mi rendevo conto che avevo davanti una grande storia narrata in modo superbo, tanto da stimolare l’inquietudine e, soprattutto la riflessione. Che non è venuta da subito, ma avuto bisogno di tempo per stratificarsi in me e farmi riflettere attentamente solo alla chiusura del libro stesso.

            L'autore crea con questa opera di fantasia una distopia terrificante proprio perchè possibile; ci ricorda nitidamente la fredda capacità dell'uomo di disumanizzare sè stesso e la domanda che continuo a pormi è: avendo le conoscenze per farlo, saremo mai così egoisti da matterlo in pratica? E la risposta che mi spaventa e continua a farmi riflettere è: sì.

            "Rimanemmo così, sulla sommità di quel capo, per quello che ci sembrò un tempo infinito, abbracciati senza dire una parola, mentre il vento non smetteva di soffiarci contro, e sembrava strapparci i vestiti di dosso; per un istante fu come se ci tenessimo stretti l'uno all'altra, perché quello era l'unico modo per non essere spazzati via nella notte."


            Voto: 4/5

              venerdì 14 ottobre 2016

              Una solitudine troppo rumorosa - Bohumil Hrabal


              9669358

               

              I Contenuti

              A Praga, un uomo lavora da anni a una pressa trasformando carta da macero in parallelepipedi armoniosi e sigillati, vivi e morti a un tempo perché in ciascuno pulsa un libro che l'uomo vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero: sono frammenti di Erasmo e Lao-tze, di Hoelderlin e Kant, del Talmud, di Nietzsche. Professionista della distruzione di libri, l'uomo li crea incessantemente sotto forma diversa, e dal suo mondo infero promuove un suo speciale sistema di messaggi.


              La Recensione

              Una solitudine troppo rumorosa, in originale "Příliš hlučná samota" è un romanzo dello scrittore ceco Bohumil Hrabal, pubblicato in origine nel 1977 e nel 1987 per la casa editrice Einaudi.

              La trama del libro: Hant'a lavora da trentacinque anni a una pressa compattatrice di carta. Svolgendo il suo lavoro, ogni tanto raccoglie libri scartati e pronti per essere distrutti e li accumula nella propria abitazione. Hant'a diventa così "istruito contro la sua volontà": conosce e impara i pensieri di Hegel, Nietzsche, Kant e di altri scrittori importanti. Hant'a vive in un continuo stato di ubriachezza, dovuto alle numerose birre che beve durante il lavoro. L'apertura di una nuova pressa, tecnologicamente più avanzata, provoca a Hant'a una sorta di estraniamento e di malessere che lo porterà a tragiche conseguenze.

              Due cose principalmente mi hanno colpito di questo libro: le merde e la birra. L'autore doveva avere un rapporto particolare con le deiezioni umane, visto che in molti passaggi vari personaggi la pestano, ci mettono i capelli dentro, la fanno sugli sci. E che la birra a Praga deve essere, o deve essere stata davvero eccellente, sia i personaggi (che l'autore stesso, come si evince dalla sua storia) ne fanno uso a litri.

              Un libro che parla di libri e dunque ambito e glorificato da chi ama i libri, ma vorrei veramente sapere quanti effettivamente hanno compreso questo libro, ne hanno sondato veramente momenti storici e profondità. In ogni caso, per quanto mi riguarda, più m'inoltravo nella lettura e nella testa di Hanta più mi dicevo che il tutto è troppo rumore per poco; un libro sopravvalutato, suggestivo, che si scontra decisamente con una scrittura che è un muro di mattoni e cemento che ti si butta addosso, vanificando l'originalità del personaggio che a parer mio meritava uno svolgimento migliore. 

              Un libro che vuole essere kafkiano, ma che non è Kafka, neanche lontanamente. Una lettura faticosa, ma che porta fastidio invece che godimento.

              La storia è breve e il libro è infarcito, per giustificarne il prezzo, da prefazione, postfazione ed intervista all'autore. E’ lui a spiegare che quella appena letta è la terza e definitiva stesura dell’opera, concepita inizialmente come componimento poetico e così probabilmente doveva restare.

              Unica citazione che mi trova d'accordo e degna di nota: "Siamo come olive, soltanto quando veniamo schiacciati esprimiamo il meglio di noi".


              Voto: 1/5

                venerdì 7 ottobre 2016

                Una pura formalità - Giuseppe Tornatore


                1076587

                 

                I Contenuti

                In una notte buia e tempestosa un uomo corre trafelato per i boschi. Viene raccolto e trattenuto in una fatiscente stazione di polizia. Mentre la pioggia non accenna a diminuire, il commissario inizia un interrogatorio molto particolare. Pian piano si vengono a scoprire alcune cose: l'uomo, che soffre di amnesie, si chiama Onoff ed è un grande scrittore, ma soprattutto vicino a casa sua è stato commesso un assassinio. Cosa è successo quella notte? Perché Onoff fuggiva? La spiegazione sarà stupefacente.
                Un film unico, superbo, ignorato da critica e pubblico, a malapena citato nelle filmografie di Giuseppe Tornatore, prende vita sotto forma di sceneggiatura.


                La Recensione

                Una pura formalità è innanzitutto un film del 1994 diretto da Giuseppe Tornatore, presentato in concorso al 47º Festival di Cannes. Il film, per motivi che mi sfuggono, e che mi sembrano incredibili, passò inosservato in Italia. Gli attori protagonisti sono Gérard Depardieu, Roman Polanski e Sergio Rubini. Come dice Tornatore stesso nell'introduzione di questo libro, che nient'altro è che la sceneggiatura del film, il film ha avuto una scarsissima diffusione, ma per lui è il migliore film che abbia girato e per me uno dei migliori che abbia visto. Aggiungo anche: ad impreziosire il tutto, la colonna sonora firmata da Ennio Morricone. E scusate se è poco.

                Tutta la vicenda si svolge all'interno di un commissariato di polizia: un film atipico, innanzitutto nell'ambientazione, essendo girato quasi esclusivamente, tranne la scena iniziale, in una caserma spoglia, o meglio, dall'arredamento essenziale, e soprattutto una vicenda che si snoda nell'arco di una notte piovosa, fin quando le prime luci dell'alba sveleranno il mistero. In una notte di tempesta, in un bosco echeggia un colpo di pistola. Un uomo corre sotto la pioggia, fino a quando raggiunge una strada ed incontra alcuni gendarmi che gli chiedono i documenti. Frugandosi in tasca si rende conto che probabilmente li ha dimenticati in un'altra giacca. I gendarmi lo conducono quindi presso il loro avamposto. L'uomo si oppone ai militari che non vogliono lasciarlo andare e devono faticare per sedare la sua aggressività. All'arrivo del commissario, questi gli spiega che deve trattenersi solo per una formalità, spiegandogli poi che quella notte, nei dintorni, "è stata uccisa una persona"; cosa è veramente successo poche ore prima? Di chi è il cadavere trovato? E soprattutto, qual è il ruolo di Onoff nell'omicidio?

                La pioggia continua a scendere in questa notte da lupi, la notte più assurda mai vissuta da Onoff, ma grazie alle domande incalzanti del commissario (che non esita a far usare la forza per farlo confessare), piano piano emergono dei particolari importantissimi, dei tasselli che permettono di ricostruire quanto accaduto la notte precedente, fino al sopraggiungere dell'alba, quando scopriremo tutto. Ed il finale è di quelli che spiazza, molto intenso, che dà una svolta radicale a quello che fino a poco prima sembrava un giallo.

                "Una pura formalità" è senza dubbio uno dei migliori film in assoluto che abbia mai visto e la sua sceneggiatura che ho voluto leggere per amore del film è una vicenda kafkiana, che per quasi tutto il tempo ha tutta la struttura di un giallo, salvo poi giungere ad un finale sorprendente.

                Una vicenda dai ritmi serrati e quasi claustrofobici, che ben si adatterebbe anche ad una rappresentazione teatrale, vista la sostanziale unità di tempo, di luogo e di azione. Se non volete cimentarvi nella lettura della sceneggiatura, il mio solo consiglio è: recuperatevi il film, è assolutamente da vedere.


                Voto: 5/5

                  Momenti di trascurabile felicità - Francesco Piccolo


                  9679615

                   

                  I Contenuti

                  Possono esistere felicità trascurabili? Come chiamare quei piaceri intensi e volatili che punteggiano le nostre giornate, accendendone i minuti come fiammiferi nel buio? Sei in coda al supermercato in attesa del tuo turno, magari sei bloccato nel traffico, oppure aspetti che la tua ragazza esca dal camerino di un negozio d'abbigliamento. Quando all'improvviso la realtà intorno a te sembra convergere in un solo punto, e lo fa brillare. E allora capisci di averne appena incontrato uno. I momenti di trascurabile felicità funzionano così: possono annidarsi ovunque, pronti a pioverti in testa e farti aprire gli occhi su qualcosa che fino a un attimo prima non avevi considerato. Per farti scoprire, ad esempio, quant'è preziosa quella manciata di giorni d'agosto in cui tutti vanno in vacanza e tu rimani da solo in città. Quale interesse morboso ti spinge a chiuderti a chiave nei bagni delle case in cui non sei mai stato e curiosare su tutti i prodotti che usano. A metà strada tra "Mi ricordo" di Perec e le implacabili leggi di Murphy, Francesco Piccolo mette a nudo i piaceri più inconfessabili, i tic, le debolezze con le quali tutti noi dobbiamo fare i conti. Pagina dopo pagina, momento dopo momento, si finisce col venire travolti da un'ondata di divertimento, intelligenza e stupore. L'autore raccoglie, cataloga e fa sue le mille epifanie che sbocciano a ogni angolo di strada. Perché solo riducendo a spicchi la realtà si riesce ad afferrare per la coda il senso profondo della vita.


                  La Recensione

                  Momenti di trascurabile felicità è un libro di Francesco Piccolo del 2010, edito da Einaudi. E' una raccolta di brevi paragrafi che l'autore accomuna ai suoi momenti di felicità: possono esistere felicità trascurabili? Come chiamare quei piaceri intensi e volatili che punteggiano le nostre giornate, accendendone i minuti come fiammiferi nel buio?

                  Libretto che di felicità ne ha veramente poca e che pone tutto il peso del suo essere sulla trascurabilità: infatti potrete sicuramente trascurarlo e probabilmente l'unico atto di felicità potrà essere quello di farlo volare da qualche parte come il ragazzino in copertina. Tipico esempio della scaltrezza di case editrici e autori che vendono a prezzi abnormi, sciocchezze simili facendo leva sulla quotidianità dei lettori.

                  Per lo più un elenco di "situazioni" veramente comuni e banali, spruzzati da un cinismo e una cattiveria davvero fuori luogo: se per essere felici (tanto per citare l'autore) bisogna guardare nel carrello degli altri o curiosare negli armadietti dei bagni di chi ti ospita, oppure arrivare a mettersi con lo scooter davanti a tutte le macchine in attesa del verde del semaforo o ancora trovare queste trascurabili felicità nell'ignorare le campagne di raccolta fondi che vendono prodotti per raccogliere denaro per la ricerca o ancora correre a sedersi sull'autobus sull'ultimo posto disponibile per poi ignorare il resto del mondo e guardare fuori dal finestrino godendone. E queste da me citate sono quelle che escono dalle vere banalità delle altre, che cadono davvero nell'insulso quotidiano.

                  Oltretutto queste perle di elucubrazioni è messo insieme in modo abbastanza irrazionale e senza un filo logico conduttore. Un insieme di idee, pensieri e riflessioni, che fanno davvero piangere più che rendere felici. Alcune poi sono così lunghe, come la felicità di organizzare un appuntamento con qualcuno in modo che l'altro debba compiere più strada di te per arrivarci (con tanto di formule di matematica posticce), che ti viene da piangere.

                  L'unico mio momento di trascurabile felicità è stato quello di aver finito questo libro. 


                  Voto: 1/5

                    sabato 24 settembre 2016

                    Preghiera per un amico - John Irving


                    17447911

                     

                    I Contenuti

                    Un giorno qualunque dell’estate 1953, con una palla lanciata durante una partita di baseball, Owen Meany uccide per sbaglio l’adorata madre del suo più caro compagno di giochi, John Wheelwright.


                    La Recensione

                    Preghiera per un amico, in originale "A Prayer for Owen Meany" è il settimo romanzo dello scrittore americano John Irving. Pubblicato nel 1989, racconta la storia di due ragazzi, John Wheelwright e il suo migliore amico Owen Meany, e della loro infanzia e gioventù trascorsa insieme in una piccola città del New Hampshire negli anni '50 e '60. Owen è descritto dall'autore come un ragazzo fuori dal comune: sa di essere strumento del volere di Dio e cerca di compiere il destino annunciatogli da una sua stessa profezia.

                    La voce narrante del romanzo è John Wheelwright, cittadino del New Hampshire che decide di trasferirsi dagli Stati Uniti a Toronto in Canada ottenendo così la cittadinanza canadese. La storia è narrata secondo due piani temporali: il primo rappresenta la prospettiva di John nel presente (1987), il secondo dà voce ai suoi ricordi: l'infanzia e gioventù trascorsa insieme al suo migliore amico Owen Meany. Il romanzo affronta questioni spirituali come l'importanza della fede, i problemi di giustizia sociale e il concetto di destino, all'interno di una narrazione inconsueta. 

                    Libro estremamente bello, capolavoro semisconosciuto di Irving, uno dei più geniali romanzieri contemporanei americani. Sono pagine che si leggono da sole, che entusiasmano, toccano nel profondo e commuovo il lettore dall'inizio alla fine. Chi si dimenticherà più di Owen Meany? Uno dei personaggi migliori e meglio delineati che mi sia mai capitato di incontrare nella mia vita da lettore: gli si vuol bene, a Owen, un bene profondo e duraturo, nonostante la sua "leggerezza", e ad ogni angolo per strada sembra di vederlo, sembra che prima o poi lo s'incontrerà e diverrà il nostro migliore amico.

                    Un mix di amore, dolcezza, passione ed ironia che non può assolutamente mancare nella biblioteca di qualsiasi appassionato lettore. La scrittura è molto piacevole e scorrevole, ma il contenuto del libro non è assolutamente banale, anzi direi che almeno in alcuni punti è estremamente profondo con personaggi immortali, veri, unici e mai banali, inserendoli in una cornice storica resa con potente realismo: l'America dei Kennedy e la guerra del Vietnam sullo sfondo, per arrivare agli anni ottanta.

                    Una curiosità sull'opera: il romanzo si ispira parzialmente all'opera più nota di Günter Grass, "Il tamburo di latta". Grass è stato fonte di ispirazione per Irving, oltre che un amico stretto. Entrambi i protagonisti dei romanzi, Owen Meany e Oskar Matzerath, condividono le stesse iniziali del nome e altre caratteristiche, le loro storie mostrano inoltre alcuni parallelismi. Irving ha confermato queste somiglianze. Preghiera per un amico segue tuttavia una trama diversa e indipendente.

                    Un romanzo intenso e bellissimo, con un finale struggente. Difficilmente se ne trovano di migliori.


                    Voto: 5/5

                      giovedì 18 agosto 2016

                      Scheletri - Stephen King


                      3197582

                       

                      I Contenuti

                      Una raccolta di racconti siglata dal "mago" Stephen King che, con il suo stile inimitabile, ha fuso immagini di orrore antiche come il mondo con l'iconografia della vita quotidiana dell'America contemporanea. Nelle varie storie compaiono una macchina che realizza i sogni, ma anche gli incubi; un giocattolo terribile e poi camion vendicativi, bizzarre maledizioni dagli abissi del terrore alle fantasie più raccapriccianti, un'opera straordinaria.


                      La Recensione

                      Scheletri, in originale "Skeleton Crew" è la terza raccolta di racconti di Stephen King, pubblicata nel 1985, tre anni dopo la precedente, "Stagioni diverse", e cinque anni prima della successiva, "Quattro dopo mezzanotte". È stato pubblicato originariamente in edizione rilegata da Putnam e ristampata molte volte nel corso degli anni, in edizione rilegata e in edizione economica. Nel 1986 è stata pubblicata da Scream Press un'edizione limitata, in mille copie, illustrata da J.K. Potter.

                      Il libro contiene 22 opere, diciannove racconti, una novella, "La nebbia" e due brevi componimenti poetici, diciannove delle quali già presentate in precedenza su pubblicazioni periodiche o antologie e tre inedite, che coprono un periodo di ben diciassette anni, da "L'immagine della Falciatrice", scritto quando King aveva solo diciotto anni, a "La ballata della pallottola flessibile" completato nel novembre 1983.

                      Una delle curiosità di questo libro è che la raccolta contiene anche alcuni lavori strettamente personali, compresi "Per Owen" che è una poesia scritta per il figlio e "La nonna", una storia terrificante vista dalla prospettiva di un undicenne che sembra ricordare King e la nonna invalida. Molti di questi racconti sono stati presi per opere televisive come "La zattera", "La nonna", "Il word processor degli dei", oppure veri e propri film come "La nebbia".

                      Praticamente mi sono trascinato questo libro per quasi tre mesi, un tempo indicibile per i miei ritmi anche se rallentati come negli ultimi tempi: King continua a essere per me come le montagne russe, un continuo sali/scendi vertiginoso con punte di massimo godimento e discese nelle più tristi valli di lacrime; come questo per l'appunto.

                      Personalmente non amo particolarmente la forma letteraria del racconto, devono essere proprio belli per entusiasmarmi, e questa raccolta di King conferma - ma ne è consapevole l'autore stesso e lo ammette in premessa - che è un terreno difficile e scivoloso. Infatti praticamente non salvo quasi nessuno dei racconti di "Scheletri", molti li ho pure trovati prevedibili o inconcludenti.

                      Sicuramente non consiglierei questa raccolta di racconti a qualcuno che non ha mai letto King, lascerei questo libro ai solo veri appassionati, forse restringerei il campo ai solo fanatici del Re. Oltretutto per me King non dà mai il meglio nei racconti, e certo non nella prima metà della carriera. Ma li adora, come lui stesso dichiara ogni volta che ne ha l'occasione, così continua a scriverne, con buona pace di tutti.

                      Sono racconti di fantascienza, horror, gialli, fantasy, ma anche storie di persone e situazioni credibili, questa è la lista con le mie personali valutazioni divise per racconto:

                      * La Nebbia: *
                      * Tigri: *
                      * La Scimmia: *
                      * Caino Scatenato: *
                      * La scorciatoia della signora Todd: **
                      * Il Viaggio: **
                      * Marcia Nuziale: *
                      * Ode del Paranoide: *
                      * La zattera: **
                      * Il word processor degli dei: ***
                      * L'uomo che non voleva stringere la mano: ***
                      * Sabbiature: **
                      * L'immagine della falciatrice: *
                      * Nona: **
                      * Per Owen: *
                      * L'arte di sopravvivere: ****
                      * Il camion dello zio Otto: *
                      * Consegne mattutine: *
                      * La nonna: **
                      * La ballata della pallottola spuntata:*
                      * Il braccio: *

                      Praticamente, uno stillicidio.

                      Va beh Stephen, ci si becca la prossima volta, ok?


                      Voto: 1/5

                        venerdì 15 luglio 2016

                        Pentema ed altri racconti - Riccardo Parigi


                        31076866

                         

                        I Contenuti

                        Otto racconti scritti negli ultimi vent'anni da uno che, per lavoro e per passione, abbatte muri mentali e costruisce ponti fra le persone. Pentema - il primo e più lungo dei racconti - è un paese nell'entroterra ligure in cui si svolge una storia molto particolare...


                        La Recensione

                        "Pentema ed altri racconti" è una raccolta di scritti di un comunicatore di professione, Riccardo Parigi. I comunicatori sono quegli strani uomini che ti fanno capire come le incomprensioni che vengono dal linguaggio (o dalla mancanza delle chiavi corrette per decriptarlo) stanno alla base degli scontri di tutti i giorni e cercano di aiutarti a non farlo più accadere. Sono gli azzeccagarbugli della lingua. In questo frangente però è prestato alla scrittura e ha pubblicato questo libro nel 2011, dove racchiude la sua produzione ventennale, come esplicitato nella quarta di copertina. Nello specifico il volume racchiude un racconto lungo, "Pentema" e altri sette racconti brevi.

                        Mi viene un po' difficile fare questa recensione, innanzitutto perché per la prima volta recensisco un libro di un autore che conosco personalmente e che ammiro, tralasciando quelli incontrati nelle occasioni di presentazioni o manifestazioni letterarie e poi perché il libro è stato un regalo, autografato, da parte dell'autore stesso. Cercherò, come sempre, di essere imparziale nella mia valutazione.

                        Pentema è il racconto che apre il libro ed è anche quello più lungo, probabilmente il più maturo, il più pensato, quello che fa da colonna portante a tutto il resto e che ha richiesto più lavoro post-scrittura. Diciamo subito che si nota che l'autore non scrive di professione, non ne ha tutte le malizie e sembra scrivere più per se stesso che per gli altri. Infatti il tutto sembra essere un profilarsi di micro racconti, ricordi dello stesso, ambientato nelle terre d'origine dell'autore. Gli attori messi in scena nel primo brano non cambiano, ma anche se la storia di fondo è comune a tutti i protagonisti, sembra che tutto venga messo in scena troppo rapidamente, anche il protagonista stesso della vicenda è abbozzato e molti degli altri comprimari veleggiano tra le pagine più come ricordi evanescenti che come personaggi dai contorni reali. In più occasioni vediamo il protagonista che siede al cospetto dei comprimari che si lasciano andare a ricordi di vita vissuta (le più disparate) e l'attore principale qui, diventa passivo, quasi uno spettatore stesso degli eventi: da qui la mia considerazione che il tutto voglia essere una grande rievocazione storica dei luoghi e dei ricordi, più che un racconto che profila una storia con un inizio ed una fine. L'espediente di presentare la vicenda al presente, per poi partire con dei flash-back per tutta la storia e ritornare al presente alla fine, più che essere accattivante, sembra un orpello pesante, che non trasmette quel valore aggiunto al racconto in sé e per una storia così breve, secondo me, non se ne avvertiva la necessità. Anche il finale è troppo affrettato, si conta sul colpo di scena, ma in realtà è abbastanza prevedibile e risolto in neanche una pagina, per me meritava più spazio e sarebbe potuta essere sviluppata molto meglio. Quello che veramente ho apprezzato è stata l'ambientazione: si vede che è vissuta e sentita dallo scrittore e infatti da qui ne esce il meglio, molto suggestiva poi la scelta temporale dell'inverno, che attutisce e rende affascinate ancor più questa manciata di case liguri abbarbicate sugli Appennini e isolate dal mondo. Spazza via e spiazza il lettore che ha nella testa il luogo comune del binomio Liguria=Mare. Ho apprezzato anche alcuni accenni ad alcuni testi o canzoni presenti nella storia, che sicuramente fanno parte del bagaglio culturale dell'autore, (Arkady Renko, per citarne uno, mio mito personale!).

                        Gli altri racconti, sono ancora più abbozzati e poco sviluppati del primo: i protagonisti e le storie narrate sono spaccati di realtà quotidiane, con piccoli drammi o esperienze che fanno parte della vita quotidiana di ognuno o rientrano nella memoria collettiva dei più. Manca, secondo me, quell'ottano che fa incendiare il motore e lo spinge al massimo, anche se le idee di fondo sono buone. Sinceramente non posso dire di averne trovato uno che mi abbia lasciato il segno: mi è piaciuta l'idea di "Le tre matite di Bois de Boulogne", dove gli oggetti si caricano di significati profondi e fanno fare salti mentali pindarici al protagonista; in definitiva credo che Riccardo sia molto bravo nel lavoro che conduce e la scrittura sia uno dei tanti hobby con cui probabilmente si diletta e a cui lavora nei ritagli di tempo a disposizione. L'opportunità del self-publishing in generale, ha contribuito ed aiutato molti cassetti ad aprirsi e a far volare fuori pagine rinchiuse che un tempo sarebbero state al buio per sempre. 

                        Sicuramente questo è un bene, perché molte persone, che hanno tante storie da raccontare, vere o romanzate, hanno la possibilità di arrivare a tutti e il bene prezioso della conoscenza, del tramandare, dell'incantare della fabula che arriva direttamente dal tempo in cui si stava davanti al fuoco ad ascoltare storie, hanno la possibilità di rinnovare questo rito magico.

                        Forza Riccardo, la strada mi sembra quella giusta, devi solo prendere in mano la mappa con la "legenda" corretta.


                        Voto: 2/5

                          lunedì 20 giugno 2016

                          Camminare - Henry David Thoreau


                          8562916

                           

                          I Contenuti

                          Un saggio breve e folgorante, profetico, in cui il maestro del pensiero americano dell'Ottocento mette in guardia dai pericoli della civiltà industriale. Un libro che individua nella natura selvaggia la vera patria dell'uomo e nel vagabondare per boschi la salvezza spirituale. Un inno alla libertà dell'uomo che vede nel camminare un moto di elevazione spirituale, un itinerario interiore verso la purezza infinita e divina.


                          La Recensione

                          Camminare, in originale "Walking, or the Wild", è un romanzo dello scrittore, filosofo e poeta statunitense Henry David Thoreau edito postumo nel 1863. È principalmente noto per lo scritto autobiografico "Walden, ovvero La vita nei boschi", una riflessione sul rapporto dell'uomo con la natura, e per il saggio Disobbedienza civile in cui sostiene che è ammissibile non rispettare le leggi quando esse vanno contro la coscienza e i diritti dell'uomo, ispirando in tal modo i primi movimenti di protesta e resistenza non violenta.

                          La trama del libro: “Camminare”, è una raccolta di pensieri elaborati da Thoreau durante le sue lunghe escursioni solitarie nella natura selvaggia, che l’autore registra come una sorta di diario, come esperienze di vita, e che trascrive in un libro del 1862 poco prima di morire. Si tratta di uno splendido resoconto, in cui emerge nell'autore l’influenza positiva della Natura, considerata "guaritrice" di tutti i mali dell’animo umano. 

                          Il testo è un saggio breve in cui l'autore americano dell'Ottocento mette in guardia i lettori dai pericoli della civiltà industriale. Un libro che individua nella natura selvaggia la vera patria dell'uomo e nel vagabondare per boschi la salvezza spirituale. L'opera trasmette al lettore, il desiderio, di inoltrarsi nella foresta per allontanarsi da tutto ciò che caratterizza la vita in società e arrivare là dove non c’è nulla di contaminato dall'uomo, per vivere la vita come uno stato selvaggio. Camminare diventa la possibilità di stare nella natura, e rinnovare il contatto con essa, e riconoscere che noi apparteniamo alla natura.

                          Dopo che nel 1845 ebbe costruito con le sue mani una capanna di legno in una località isolata presso il lago Walden, al fine di sperimentare il contatto con la natura selvaggia, Thoreau capì che non basta vivere in mezzo agli alberi e alle paludi, ma bisogna, anche e soprattutto, camminare. Iniziò così, ogni giorno, a camminare dalla sua capanna nei boschi, dirigendosi ogni volta in una direzione diversa per almeno quattro ore, ritenendo una giornata persa quella in cui non avesse camminato.

                          Per Thoreau, camminare non significa mettere passivamente un passo dietro l’altro. Non è importante neppure vedere il semplice aspetto salutista, anche se sono da prendere in considerazione le conseguenze benefiche che la pratica del camminare ha sul corpo e sull'inquietudine nervosa. Secondo il pensiero di Thoreau, il vero “camminatore” è colui che sa staccarsi completamente dai propri pensieri quotidiani (ritenuti banali), e arriva invece a guardare dentro di sé, entrare in uno stato "bianco" che gli permetta di entrare in sintonia con le piante, i minerali, gli animali intorno a lui. 

                          Il libro è davvero veloce da leggere e se siete dei camminatori come me e amate la natura incontaminata, non potrete certo non apprezzare questo breve testo, che fa del contatto con lo stato selvaggio, il portarci indietro nel tempo quando tutti noi vivevamo in uno stato brado, il suo vessillo e motto. Diciamo che la valutazione non è tanto per quello che Thoreau voleva sottolineare, che in parte approvo, ma nello stile che risulta abbastanza vetusto e nel contesto storico (l'ottocento americano) che in gran parte ignoro e che non stimola la mia voglia di approfondirne le tematiche.


                          Voto: 2/5