venerdì 29 agosto 2014

I giochi della notte - Stig Dagerman



 

I Contenuti

Troppo assoluto per accettare compromessi, troppo intransigente per accontentarsi di consolazioni, troppo impregnato di solidarietà per cercare giustificazioni nella scrittura, Dagerman appartiene alla categoria di quelli che non sanno perdonare a se stessi la sofferenza e l’umiliazione degli altri, che non possono non opporsi con tutto il loro essere all’ingiustizia del vivere. Ed è proprio quella sua compassione che gli dà la capacità di cogliere nei giochi solitari di un bambino, nell’ostinato silenzio di un vecchio, nei gesti meccanici di una don­na, l’indicibile disperazione di piccole vite, di piccole tragedie cui si passa accanto senza neppure accorgersene, con l’arroganza degli “implacabili”, o semplicemen­te l’indifferenza di chi non si è mai trovato dalla parte dei perdenti, degli anonimi e silenziosi che diventano visibili solo quando arrivano a compiere quell’atto estremo che è la loro definitiva autocondanna. È con la lucidità di chi non ha paura di farsi del male che Dagerman affronta in questi racconti i suoi costanti temi: la solitudine in un mondo di adulti in cui si lasciano crescere i silenzi fino a farne muri invalicabili d’incomprensione, l’amarezza di sentirsi traditi, estra­nei a se stessi, superflui agli altri, la desolazione del crollo dell’autoinganno, quando si chiude ogni via d’u­scita e resta solo la consapevolezza che “l’uomo per riuscire a sopportarsi deve avere i nervi molto saldi”. Ma è soprattutto nello sguardo dei bambini che i rac­conti toccano la loro più struggente intensità, quei bambini che vedono sempre troppo e capiscono sem­pre troppo, già rassegnati a non poter reggere la realtà senza la fuga nel sogno e nella fantasia.


La Recensione

Sembra sempre molto facile recensire i libri che non ci sono piaciuti, insomma uno scrive due righe, qualcosa del tipo "non pensate neanche a comperare una questo libro" e poi tira diritto per la sua strada verso la prossima lettura. Solo che entrano in gioco molti fattori che lì per lì non pensi, del tipo "questo libro è piaciuto a tutti", "guarda lì che recensioni e che votazioni", "come giustifico il fatto che questo libro proprio non l'ho digerito", e via discorrendo.

Ormai avrete intuito che questa raccolta di racconti non mi ha entusiasmato per nulla e sono qui a cercare di spiegarvi il perché questo autore che è stato un giornalista e scrittore svedese, talentuoso, sensibile e libertario mi abbia annoiato a morte e vorrei scrivere un sacco di belle parole per lui, che morto suicida a 31 anni, sopravvive comunque tutt'oggi come figura mitica della letteratura svedese. Ma non ci riesco.

Non mi vengono in mente molte spiegazioni logiche e parole a supporto delle sensazione che ho tratto da questa lettura, se non che: i racconti sono noiosi, pesanti, insensati, tristi di una tristezza ambigua, paludosa, senza sbocco alcuno. Dagerman ha una visione negativa e senza compromessi del mondo, sente gli uomini condannati senza colpa a soffrire in silenzio, incapaci di comunicare. Il tutto contornato da un mondo ostile e freddo, ma le situazioni diventano troppo irreali per mettere il lettore (o almeno me) nella condizione di partecipare a questa sofferenza.

Troppe sospensioni, troppe pause, troppe cose taciute e personaggi in attesa perenne, così come il lettore. Di sette racconti, ne salvo uno: "Lo sconosciuto", perché sono riuscito ad entrare nella disperazione dei personaggi, la situazione anche se comunque irreale è "capibile", "raccontabile", "condivisibile".

Si legge di disperazione senza nessuna speranza, ma non lascia il tempo di rendermi partecipe, di farla tramite la lettura in qualche modo mia, mi lascia solo un vuoto che non riesco a colmare perché non riesco a capirlo.

E continua a venirmi in menta la scena di "Tre uomini e una gamba" e "del mattone polacco minimalista di scrittore morto suicida giovanissimo! Copie vendute: 2"; neanche di questo riesco a dare spiegazione del perché.
 



Voto: 1/5

    giovedì 14 agosto 2014

    Uomini in guerra - Andreas Latzko




     

    I Contenuti

    "Uomini in guerra" è un titolo fondamentale della letteratura pacifista della Prima guerra mondiale. Il suo autore, lo scrittore e giornalista ungherese Andreas Latzko (1876-1943), combatte nel 1915-1916 come ufficiale dell'esercito austro-ungarico sul fronte italiano e viene gravemente ferito. Durante la lunga riabilitazione prende corpo "Uomini in guerra", un'opera costituita da sei racconti in cui la crudeltà e l'assurdità della guerra è narrata attraverso la sofferenza fisica e psicologica dei personaggi. Sei storie durissime, il cui comune denominatore è il verificarsi di un evento rivelatore che fa scattare nella mente dei protagonisti una presa di coscienza, una dolorosa lucidità che il resto del mondo definisce pazzia. È la pazzia che mette a nudo la verità della guerra, così elementare e cruda da minacciare l'ordine costituito rappresentato dalla macchina bellica. Pubblicato nel 1917, tradotto in 19 lingue e accolto con grandissimo favore dal pubblico, "Uomini in guerra" ha un impatto talmente clamoroso che viene messo al bando in tutti i Paesi coinvolti nel conflitto, mentre il suo autore è degradato dal Comando Supremo austro-ungarico. La presente edizione, frutto di una profonda revisione stilistica della traduzione originale, vuole far riscoprire ai lettori di oggi un capolavoro dimenticato.


    La Recensione

    "Uomini in guerra", con una nuova traduzione dal tedesco, era un romanzo ormai introvabile da molto tempo. Pubblicato nel 1917, costò caro all'autore e divenne presto un successo internazionale tradotto in 19 lingue sebbene le nazioni coinvolte nella guerra facessero di tutto per bloccarne la diffusione e bandirlo. Il suo autore, lo scrittore e giornalista ungherese Andreas Latzko (1876-1943), combatte nel 1915-1916 come ufficiale dell'esercito austro-ungarico sul fronte italiano e viene gravemente ferito. Mandato al fronte sul fiume Isonzo si ammala di malaria e subisce forti attacchi; da quest'esperienza nasce "Uomini in guerra" pubblicato in Germania e poi tradotto in una ventina di lingue. 

    Forse il primo romanzo di denuncia sugli orrori del conflitto, che mette a nudo la verità della guerra. Il libro è un'opera costituita da sei racconti, in cui la crudeltà e l'assurdità della guerra è narrata attraverso la sofferenza fisica e psicologica dei personaggi. Sei storie durissime, il cui comune denominatore è il verificarsi di un evento rivelatore che fa scattare nella mente dei protagonisti una presa di coscienza. Un atto di denuncia in sei episodi scritto da Andreas Latzko, ufficiale dell'esercito austroungarico proprio durante la Grande Guerra. 

    Non tutti i racconti sono di alto livello, decisamente alcuni sono meglio di altri. Complice comunque una scrittura che risulta "datata" per i nostri occhi, molto roboante, pregna di patriottismo, di valori che suonano veramente fuori dagli spartiti moderni per il lettore di oggi (e ancor più utili per capire il pensiero dell'epoca). I più belli e coinvolgenti sono stati sicuramente: "Il camerata", "Il battesimo del fuco", "Il ritorno in patria", il peggiore "Il vincitore", veramente poco accattivante e noioso. 

    Sicuramente i migliori sono quelli dove le emozioni del soldato davanti alle atrocità della guerra vengono poste in primo piano: vacillano, vengono sconvolte da ciò che le circondano, finiscono preda di pazzie. Non mi stupisco di come questo libro sia stato messo alla berlina ai tempi della prima guerra mondiale, dove venivano mandati al macello come tanti buoi uomini che erano contadini, manovali, piccoli bottegai, infarciti di toni patriottici e del tutto alla mercé dei signori della guerra che per lo più non vedevano neanche una trincea se non disegnata su una carta geografica.

    Non siamo davanti ad un capolavoro come "Niente di nuovo sul fronte occidentale", il miglior libro sulla prima guerra mondiale che ho letto, ma questi racconti aggiungono sicuramente un tassello in più per capire veramente quella che fu una delle più grandi tragedie dell'uomo con oltre 70 milioni di uomini mobilitati in tutto il mondo (60 milioni solo in Europa) di cui oltre 9 milioni caddero sui campi di battaglia e circa 7 milioni di vittime civili, non solo per i diretti effetti delle operazioni di guerra ma anche per le conseguenti carestie ed epidemie.


    Voto: 3/5

      mercoledì 6 agosto 2014

      Il signor Cravatta - Milena Michiko Flašar




       

      I Contenuti

      Hikikomori: così in Giappone vengono chiamati i giovani che, spaventati dalla grande pressione che li attende nel mondo degli adulti, si chiudono completamente in se stessi, isolandosi nella loro stanza, senza quasi contatti anche all'interno della famiglia. Taguchi Hiro è appunto un hikikomori che lascia la sua tana dopo due anni di reclusione. E impacciato, incerto come un recluso si sente e si muove: non riesce quasi a parlare, appena qualcuno per strada lo sfiora si sente male; troppa fisicità e troppo rumore lo fanno soffrire. Trova finalmente pace sulla panchina di un parco dove nessuno lo nota, ma in compenso lui può tenere sotto controllo il mondo circostante. E vede, sulla panchina di fronte alla sua, un uomo in giacca e cravatta: un tipico salaryman, un impiegato che, come Taguchi scoprirà, ha perso il lavoro. Ma non lo ha detto alla moglie e quindi continua a uscire di casa ogni mattina per farvi ritorno solo la sera. Il tempo in mezzo lo passa in quel parco. Il contatto fra i due non si stabilisce immediatamente: a raggiungere il ragazzo inizialmente è solo il fumo della sigaretta, poi il giovane e l'uomo maturo scambiano qualche parola, poi qualche frase e infine il rapporto si approfondisce, entrambi rivelano le proprie ferite, le proprie incertezze, i propri drammi. E via via le parole riescono a infrangere il muro della non-comunicazione e a sciogliere la paralisi. Un eccellente «romanzo da camera», come hanno scritto i critici tedeschi, la vicenda di due solitudini, narrata con tenerezza e malinconia, ma che si chiude con una nota di speranza.



      La Recensione

      Ci sono libri sottili, che passano quasi inosservati, poco strombazzati e pubblicizzati, stanno sugli scaffali delle librerie in angoli bui, schiacciati da nomi molto più importanti ed invadenti, sembrano vivere solo per l'attimo in cui qualcuno venga catturato da loro, così per caso.

      Il signor Cravatta è uno di questi, è un romanzo toccante, delicato, costruito con un linguaggio lieve, di ambientazione giapponese, ricco di temi quali la perdita e la solitudine, di quello che non diciamo e non facciamo, il nascondere e la vergogna, descrive il mondo di personaggi soli ed in difficoltà che però riescono a superare il momento di crisi tornando alla vita. Con una prosa evocativa, l’autrice porta in scena una narrazione in cui si alternano tenerezza, dolore e rimpianto.

      Milena Michiko Flasar, di madre giapponese e di padre austriaco, vive a Vienna e scrive in tedesco. Il Giappone è il suo paese di riferimento. Dopo alcune raccolte di novelle, nel 2012, pubblica un romanzo breve, Il signor Cravatta , che ora l’Einaudi presenta nella puntuale traduzione di Daniela Idra.

      Il libro affronta problemi cruciali del Giappone contemporaneo, come quello degli "hikikomori", ragazzi e ragazze che, causa l’ansia da prestazioni a scuola e di aspettative in casa, si isolano interrompendo ogni contatto con famiglie e società, quello dei "salaryman", gli uomini-salario sempre a rischio di "karoshi", (decesso per superlavoro) o di licenziamento causa la crisi, quello del bullismo tra gli adolescenti nelle scuole. Più in generale racconta di perdite e di solitudine, ma con una speranza di redenzione, di rinascita finale.

      I capitoli sono brevi, scritti come pagine di diario in cui il monologo interiore si insinua di continuo nella narrazione oggettiva, una piccola perla, una bellissima sorpresa.

      Un libro molto intenso, scritto molto bene, di una scrittrice da non perdere di vista e da cercare ancora.


      Voto: 4/5