martedì 25 febbraio 2014

Vuoi star zitta, per favore? - Raymond Carver




 

I Contenuti

Con l'uscita nel 1976 di Vuoi star zitta, per favore?, la prima raccolta di Raymond Carver, s'imprimeva una svolta irreversibile nell'idea di short story e nell'intero panorama letterario americano. Una raccolta fatta di storie indimenticabili - come il racconto che dà il titolo al libro e che fu messo in scena da Robert Altman in America oggi - di uomini e donne sull'orlo, o già al di là, della perdizione: disoccupati, alcolisti, persone incapaci di creare e mantenere rapporti sentimentali veri e solidi. Ma, mescolato al disincanto con cui Carver sa raffigurare alienazioni e mancanze, spunta qui e là un tratto più emotivo, passionale, in qualche caso un dettaglio erotico o comico. In una parola, una qualità affettuosamente «umana». Ventidue storie perfette, in cui è impossibile trovare una sola parola fuori posto.



La Recensione

Secondo libro o meglio seconda raccolta di racconti che leggo di Raymond Carver, che è morto nel 1988 a soli cinquant'anni, ed è stato uno dei grandi scrittori, poeta e saggisti statunitensi del novecento. Ricordo che l’autore fin dalla giovane età si barcamenò tra le più disparate occupazioni, coltivando al tempo stesso una grande passione per la lettura e la scrittura. Carver è stato un maestro della narrativa breve e viene considerato il capostipite del minimalismo letterario americano. 

Un matrimonio fallito, due figli sfortunati arrivati troppo presto, una lunga battaglia con l’alcol, un’infinità di bancarotte, traslochi, lavori umili, frustrazioni. Per sopravvivere a tutto questo, come vuole la leggenda, il giovane Raymond si chiudeva in garage per cercare di mettere in fila delle storie ben congegnate. 
Con questa raccolta, pubblicata per la prima volta nel 1976, l'esordiente Raymond Carver diede nuova vita al racconto americano: fu immediatamente riconosciuto come il maestro della short story, affermandosi ben presto come uno degli scrittori più amati e più letti del secondo Novecento.

I racconti di Carver sono fatti per spiazzare quel lettore che sia abituato a trovare nella conclusione una morale, una catarsi, un dipanarsi della situazione narrata. Perché ogni conclusione dovrebbe portarci a capire, spiegarci, farci intravedere… Lo scrittore americano, invece, si diverte a fotografare una situazione, senza perdere tempo in spiegazioni inutili e superflue, senza volerci per forza trasmettere un messaggio. 

Nei racconti di Carver non ci sono descrizioni altisonanti e particolari, né personaggi che lasciano il segno per più del tempo che impiegherete per finire il racconto. La vita non viene descritta come magica o aulica o sognante, viene esattamente trascritta per come è. Non ci sono logiche da seguire, delle morali da trovare, un messaggio nascosto da scovare e scoprire che porta ad un significato profondo. Ed è per questo soprattutto che leggere questo autore non è un’esperienza facile, immediata.

Carver scrive storie che sprigionano tensione e minaccia e raccontano l’instabilità affettiva, oltre che economica, con una forza incredibile: fotografa uno spaccato della vita di tutti i giorni, soprattutto nelle situazioni e nei momenti legati ai normali eventi della vita quotidiana. Parte dalle cose piccole della vita di tutti i giorni e con una scrittura tecnicamente impeccabile, li espande fino a racchiudere il tutto, ma senza per questo voler arrivare alla verità delle cose. Dai suoi racconti emerge una tristezza e una inadeguatezza totale e inesorabile, perché i suoi personaggi non sanno mai cosa fare, non solo nell'immediato del racconto, ma in tutta la loro miserabile vita. 

Questi personaggi hanno tutti qualcosa in comune: la consapevolezza di vivere un'esistenza talvolta quasi impossibile e hanno spesso degli atteggiamenti ostili, posseggono un’ombra dentro di loro, un comportamento che non sempre il lettore riesce a comprendere. L'inquietudine e le ansie del vivere di tutti i giorni lasciano spazio a momenti di sgomento, che in queste vite tormentate non manca mai.
Molto probabilmente le vostre reazioni ad un primo impatto con Carver saranno due: o lo amerete visceralmente (come è capitato a me) o lo troverete così ermetico con il suo lasciare in sospeso tutti i suoi racconti che lo troverete incomprensibile. 

Ma di sicuro non vi lascerà indifferenti e questo è già tantissimo per qualsiasi autore.


Voto: 5/5

    giovedì 20 febbraio 2014

    Dieci dicembre - George Saunders




     

    I Contenuti

    Da anni, George Saunders è riconosciuto come una delle voci più originali e influenti della narrativa americana contemporanea; senza aver mai scritto un romanzo, ma solo racconti, ha ricevuto elogi unanimi dalla critica, nonché da colleghi come Thomas Pynchon, David Foster Wallace, Jennifer Egan, Jonathan Franzen. Ora, giunto alla sua quarta raccolta, ha definitivamente raggiunto anche il grande successo di pubblico. Dieci dicembre è la sua opera più accessibile: quella che, senza rinunciare alla vena surreale e immaginifica, si avvicina di più al realismo. Accanto a racconti ambientati in laboratori dove si creano improbabili psicofarmaci, o in sobborghi residenziali dove donne moldave o filippine in abiti bianchi penzolano da fili tesi fra gli alberi come decorazioni, ci sono storie di famiglie comuni la cui normalità è turbata dal ritorno di un figlio dalla guerra o dall’irruzione di un malintenzionato: in tutti i casi, i personaggi si trovano a dover scegliere fra l’egoismo e la compassione, l’orgoglio e il sacrificio. Commoventi e sorprendenti, mai banali o buoniste, queste dieci storie sono originalissime parabole per il nostro tempo.



    La Recensione

    Dieci dicembre è una raccolta di racconti dello scrittore e saggista statunitense George Saunders, che Scrive per il New York Times, il The New Yorker, l'Harper's Magazine, e GQ. Le sue storie trattano spesso dell'assurdità del consumismo, della cultura corporativa e del ruolo dei mass media nella società moderna, essi pongono anche questioni morali. L'elemento tragicomico presente nei suoi testi, gli ha fruttato paragoni con Kurt Vonnegut. George Saunders è riconosciuto come una delle voci più originali e influenti della narrativa americana contemporanea; senza aver mai scritto un romanzo, ma solo racconti, ha ricevuto elogi unanimi dalla critica. 

    Questa raccolta scritti in un lasso di tempo piuttosto ampio (dal 1995 al 2009) è Finalista al Folio Prize, finalista allo Story Prize, finalista al National Book Award e fra i 100 Notable Books of the Year del New York Times, addirittura quest’ultimo lo definisce come “Il libro più bello che leggerete quest’anno”; di lui Jonathan Franzen scrive che: “Nelle mani di Saunders, ciò che è quasi impossibile appare facile e naturale. Siamo fortunati ad avere uno scrittore come lui.”

    In questo testo non si può parlare di una vera e propria trama, ma di temi portanti che si susseguono nelle varie storie. Si tratta di una raccolta scritte in modo inusuale, molto cerebrali, e richiedono una forte interazione del lettore, il quale deve ricostruire un contesto che è spesso surreale, anche i personaggi, sono molto spesso trasparenti, fanno solo da tramite per trasmette emozioni al lettore. Ma è lo stile di scrittura quello che più impressiona chi legge: a tratti allucinato, a tratti più discorsivo e assecondante, a volte di una semplicità estrema ed ironico, a volte complesso ed inquietante, con ricchi dialoghi molto riusciti. 

    Ovviamente non tutti i racconti sono eccelsi, ma d’altra parte è anche normale il fatto che in una raccolta ci siano racconti più o meno belli e poi il tutto è sempre molto soggettivo. I miei preferiti sono stati sicuramente: “Giro d’onore”, “Fuga dall’aracnotesta”, “Esortazione”, “Le ragazze semplica” e “Dieci dicembre”. 

    Dieci Dicembre è sicuramente un libro prezioso, un libro sicuramente da consigliare, con una scrittura sobria e mai uguale a se stessa che permette una lettura veloce, mai pesante e sempre squisita anche se è un libro che ha bisogno di pazienza e dedizione.

    Saunders è troppo bravo nello sitle per non piacere e decisamente troppo originale per lasciare indifferenti, da leggere.


    Voto: 4/5

      lunedì 10 febbraio 2014

      Pilgrim - Terry Hayes




       

      I Contenuti

      “E sotto la volta celeste, mentre navigavo sul mare color del vino, mi resi conto che ero nato per quel mondo, che il mio destino era essere un agente segreto. Non l’avevo scelto, non l’avevo mai davvero voluto, ma era ciò che mi era toccato. Avevo cominciato quel viaggio pensando che fosse un peso, e quella notte capii che era un dono.” Una missione impossibile, un delitto senza colpevoli, un nemico inafferrabile: giallo, avventura e spionaggio si fondono nel caso più complesso che Pilgrim – nome in codice di uno degli agenti più abili dei servizi segreti americani – abbia mai affrontato. Pilgrim è giovane, ma dopo l’11 settembre il suo mondo è così profondamente cambiato da indurlo a uscire di scena. Impossibile. Richiamato in servizio per sventare il rischio che un’arma biologica spaventosa venga innescata negli Stati Uniti e da lì esploda in tutto il mondo, si troverà di fronte all’avversario più astuto ed elusivo che abbia mai incrociato, un uomo che come lui agisce per ragioni profonde e come lui reca profonde ferite nell’anima: il Saraceno. Uno scontro di mondi, di tecniche, di personalità che darà un nuovo senso al mestiere di Pilgrim.


      La Recensione

      Pilgrim è una storia di spionaggio, anche se non si capisce bene dove effettivamente sia lo spionaggio se non nel citare gli organi d'intelligence americani, mettere ritrovati tecnologici qua e la e qualche bel posto esotico; pubblicato nel 2013, dello sceneggiatore Terry Hayes (Ore 10: calma piatta, Mad Max, Cliffhanger, Flightplan, From Hell), ribadisco la parola sceneggiatore perché appunto è una sceneggiatura quella che ho letto, e ho scritto storia invece di romanzo, perché il romanzo e il lavoro di romanziere è ben altra cosa.

      Sarà perché sono cresciuto leggendo romanzi di spionaggio di Forsyth, Le Carrè, Ludlum, ci aggiungo anche i primi libri di Follett per allungare un poco il cerchio, ma non posso lasciarmi piacere, farmi coinvolgere da storie come queste, ma andiamo con ordine...

      La trama è questa: Pilgrim, nome in codice di uno degli agenti più abili dei servizi segreti americani dovrà affrontare una missione impossibile, un delitto senza colpevoli, un nemico inafferrabile: il Saraceno. Richiamato in servizio per sventare il rischio che un'arma biologica spaventosa venga innescata negli Stati Uniti e da lì esploda in tutto il mondo, si troverà di fronte all'avversario più astuto ed elusivo che abbia mai incrociato.

      Già questo basterebbe per commentare come l'originalità probabilmente non stia di casa dal nostro sceneggiatore: da quando è caduto il muro di Berlino, la nuova frontiera (e sembra l'unica) di uno scrittore di spionaggio è prendere un mussulmano mettergli in mano un'arma di qualsivoglia natura (nucleare, batteriologica, informatica) in grado di devastare il mondo e mandargli dietro la spia perfetta, il grande eroe americano che salverà noi tutti.

      Possiamo anche correre su questo, anche se è davvero difficile sradicare il mio immaginario e l'atmosfere patinate e intrise di nebbie dei tempi della lotta USA-URSS che sono indelebili in me per via degli autori citati prima, ma non si può sorvolare sulla stupidità, sull'insipidità, dei protagonisti di questa sceneggiatura: Pilgrim (l'uomo dal sorriso Defcon-1 come dice lui, se leggerete il libro vedrete che la sua modestia è pari alle sue abilità sul campo) è un misto, venuto molto male tra James Bond, Jason Bourne e Nick Stone, che non si capisce come abbia fatto a diventare la spia migliore al mondo visto che non ricorda un numero di telefono, non parla che inglese per di più avendo lavorato a Parigi, Mosca e molti paesi arabi [caspita che spia!], non è un buon tiratore, non riesce a saltare un muro... si insomma devo continuare? Ah, ovviamente è ricchissimo e non lo sa, è stato adottato, è il classico americano che si è fatto da solo e ora spacca culi a tutti, ma soprattutto a chi(oltre a noi lettori?)? Ma certo! Al mussulmano cattivone che è una leggenda (ma sconosciuto a tutte le forze d'Intelligence al mondo) tra tutti i popoli arabi, che ha un passato di soprusi, che ha un piano di distruggere l'America da quando era ragazzino, ma avrà anche un unico amore che proprio alla fine del libro... ma non voglio rivelarvi nulla, anche io sono un'ottima spia come Mr. Sorriso. Vogliamo parlare poi dell'ovviamente super mago hackerone che aiuta il nostro Pilgrim? Del poliziotto di New York, eroe dell'11 settembre? Delle fighissime donne americane? Delle sfigatissime donne arabe?

      Oltretutto il libro è ingiustificatamente lungo, con continue digressioni che fanno solo innervosire, visto e considerato che per avere un minimo d'azione vera dobbiamo aspettare le ultime 100 pagine della storia. Non metto in alcun dubbio che tali parti quando sarà girato il film per il cinema (e certo lettori miei, la sceneggiatura è stata già venduta prima che il libro fosse addirittura finito), saranno tagliate, come non metto in dubbio che questo sarà solo il primo della serie, a meno che il primo film non piacerà al pubblico.

      Insomma una volta si scriveva davvero e forse qualche regista portava il lavoro sugli schermi, adesso tutto il sottobosco di thriller, spionaggio, crime, sembra servire solo come antipasto al film che ne verrà tratto. Poi quando esce il film nella sale rivengono stampati i libri mettendo sulle copertine l'attore di turno, per alimentare sempre più un mercato che sembra un circolo chiuso.

      Io sono qui a rimpiangere i Forsyth, i Carrè, i Ludlum e non mi capacito di come possano venire tributati volti così alti a lavori così mediocri, forse perché ultimamente non si trova di meglio in questo genere. Dunque il mio invito è di andare a recuperare libri come "Un nome senza volto", "Il pugno di Dio", "Il codice Rebecca", "Il giorno dello sciacallo", "Tutti gli Uomini di Smiley", solo per citarne alcuni di quando davvero si scrivevano buone storie di spionaggio.


      Voto: 2/5

        sabato 1 febbraio 2014

        Il Maestro e Margherita - Mikhail Bulgakov





         

        I Contenuti

        Pubblicato postumo nel 1966, a oltre vent'anni dalla morte dell'autore, e senza mai aver ricevuto una versione definitiva, "Il Maestro e Margherita" venne subito salutato come uno dei classici irrinunciabili del Novecento. Romanzo assolutamente atipico e dalle infinite chiavi di lettura, in cui si intrecciano, come negli incastri di scatole magiche, una feroce satira delle 'anime morte' della grigia burocrazia moscovita degli anni '20, le ultime ore dell'esistenza di Cristo nel racconto di Pilato e l'amore tra il Maestro e Margherita, il capolavoro di Bulgakov è uno di quei rari libri in cui la densità di significati è pari soltanto alla sfrenata libertà dell'immaginazione. Meditazione sul rapporto e la lotta tra il bene e il male, sulla responsabilità individuale, sul significato della creazione artistica, "Il Maestro e Margherita" trascende ognuno di questi aspetti per fonderli in un'opera di sovrana ambiguità che è la celebrazione della potenza creatrice della Fantasia e dell'Arte.


        La Recensione

        Il Maestro e Margherita è un romanzo di Michail Bulgakov pubblicato tra il 1966 e il 1967, in verità Bulgakov inizia a scrivere il romanzo nel 1928, ma la prima versione va distrutta (bruciata in una stufa) nel marzo del 1930, quando Bulgakov viene informato dell'imminente censura che sarebbe spettata alla sua opera. Ripreso più volte negli anni, smetterà di lavorare all’opera solo quattro settimane prima della sua morte, nel 1940, e così il romanzo verrà ultimato dalla moglie nel 1941. Uscirà a puntate una versione censurata del romanzo nel 1966 sulla rivista «Moskva». Sarà solo nel 1967 che a Francoforte verrà messa sul mercato una versione completa dell'opera.

        La trama è incentrata sulle persecuzioni politiche subite da uno scrittore e drammaturgo (definito il Maestro) da parte delle autorità sovietiche degli anni trenta, sul suo amore con Margherita Nikolaevna, e sul suo riscatto grazie a una visita del Diavolo nell'Unione Sovietica atea di quel tempo; alla sua storia s'intreccia parallela quella del processo evangelico al Messia e di Ponzio Pilato, vicende che sono anche oggetto di un contestato lavoro teatrale del Maestro. Tutto il romanzo si svolge su due principali piani narrativi, ai quali corrispondono due differenti ambientazioni. La prima di queste è la Mosca degli anni trenta del Novecento, in cui si trova in visita Satana nei panni di Woland, un misterioso professore straniero, esperto di magia nera, attorniato da una cricca di personaggi alquanto particolari: il valletto Korov'ev, il gatto Behemot, il sicario Azazziello, il pallido e la strega Hella. L'arrivo del gruppo porterà scompiglio, non solo tra i due personaggi principali del libro (il Maestro e Margherita), ma in tutta Mosca.

        Le chiavi di lettura del libro sono molteplici: in parte commedia nera (alcune delle scene con il gatto Behemot sono davvero esilaranti), in parte profonda allegoria mistico-religiosa (la storia è piena di riferimenti al Cristianesimo e ne viene sostenuta una versione tutt'altro che ortodossa), in parte mordente satira socio-politica non solo della Russia Sovietica ma anche della superficialità e vanità della vita moderna in generale (percepiamo le critiche verso l’élite letteraria dell'epoca, immortalata nei membri della Massolit come un gruppo di poeti mediocri). In ultimo il romanzo tratta del rapporto tra bene e male, innocenza e colpa, razionale ed irrazionale, illusione e verità e in ultimo la libertà dello spirito in un mondo non libero.

        Sicuramente quest'opera è uno dei più grandi capolavori della letteratura russa del Novecento. E io mi domando seriamente cosa esattamente dovessero mangiare in Russia nel novecento, perché ogni libro che leggo di autori come Dostoevskij, Tolstoj, Čechov e in ultimo Bulgakov è una rivelazione, un ottimo rapporto calibrato di genio e perfezione di scrittura.

        Il maestro e margherita è un capolavoro unico. E’ un’opera nella quale si mescola sempre il genio della trama, la sottile e costante ironia e uno stile di scrittura cristallino e virtuosa (mai in queste quattrocento pagine, lascia a desiderare) che trascinano il lettore attraverso una vicenda fantastica e onirica che parla direttamente all’anima del lettore. Il libro viene giustamente definito da Montale “un miracolo che ognuno deve salutare con commozione”, non è, ovviamente, una lettura rilassante e semplice, ma non vi lascerà sicuramente indifferenti. La narrazione è ironica, tragica, potente, barocca e spettacolare, ma la concatenazione delle vicende procede con un ritmo mozzafiato e quasi cinematografico.

        Sicuramente in questo libro uno dei personaggi che entrerà a far parte da oggi, tra i più belli di tutte le mie letture: il formidabile ed ineguagliabile gatto Behemoth, al seguito di Satana. Le sue pagine, le sue peripezie, i suoi interventi tra queste pagine sono tutti amalgamati deliziosamente con straordinaria ironia e drammaticità. 

        Leggetelo, leggetelo, leggetelo!

        E ricordate sempre che "i manoscritti non bruciano". 


        Voto: 5/5