domenica 21 dicembre 2014

La peste - Albert Camus



 

I Contenuti

Orano è colpita da un'epidemia inesorabile e tremenda. Isolata con un cordone sanitario dal resto del mondo, affamata, incapace di fermare la pestilenza, la città diventa il palcoscenico e il vetrino da esperimento per le passioni di un'umanità al limite tra disgregazione e solidarietà. La fede religiosa, l'edonismo di chi non crede alle astrazioni, ma neppure è capace di "essere felice da solo", il semplice sentimento del proprio dovere sono i protagonisti della vicenda; l'indifferenza, il panico, lo spirito burocratico e l'egoismo gretto gli alleati del morbo. Scritto da Camus secondo una dimensione corale e con una scrittura che sfiora e supera la confessione, "La peste" è un romanzo attuale e vivo, una metafora in cui il presente continua a riconoscersi.


La Recensione

"La peste" è un romanzo dello scrittore francese Albert Camus del 1947. Appena pubblicata, l'opera riscosse un grande successo (oltre 160.000 copie vendute nei primi due anni), ottenendo tra l'altro il Prix de la Critique. La peste rientra nella produzione di Camus definita "ciclo dell'assurdo", che include anche un'altra celebre opera dello scrittore francese, "Lo straniero".

La città algerina di Orano è colpita da un'epidemia inesorabile e tremenda: la peste. Dopo la chiusura delle porte si troverà isolata dal resto del mondo, affamata, incapace di fermare la pestilenza, diventerà una bolgia infernale un banco di prova per tutti gli animi umani. La fede religiosa, l'edonismo di chi non crede alle astrazioni, ma neppure è capace di "essere felice da solo", il semplice sentimento del proprio dovere sono i protagonisti della vicenda insieme ai personaggi quali il dottor Rieux, Tarrou e Rambert. Narratori con le loro vicende dell'inabissarsi di una città intera verso il fondo della ragione.

Camus, come gia' fatto nello "Straniero", mette in un mostra tutta la sua maestria nell'arte dello scrivere. Con un bisturi molto affilato seziona lo squallore, la disperazione e la rassegnazione, ma anche il valore e il coraggio dei singoli. La peste è il male che ci attanaglia, come epidemia nella nostra storia (come altre epidemie) e nell'esistenza di ognuno di noi: è il dolore che combattiamo ogni giorno, pur sapendo che ogni vittoria ottenuta non è mai completamente capace di debellarlo. 

In ogni caso, personalmente ho trovato questo romanzo inferiore a "Lo straniero", forse per via della scrittura più lenta, di un ritmo poco serrato che mi ha rallentato nella lettura, anche se sono rimasto anche questa volta profondamente affascinato dalla scrittura di Camus.



Voto: 3/5

    lunedì 1 dicembre 2014

    Dizionario bilingue italiano-gatto e gatto-italiano: 180 parole per imparare a parlare gatto correntemente - Jean Cuvelier, Gilles Bonotaux




     

    I Contenuti

    Oltre 9 milioni di gatti vivono nelle nostre case. Eppure spesso abbiamo difficoltà a stabilire una relazione con il nostro amico peloso, a capirlo e a farci capire. Nasce per questo il primo dizionario bilingue per gatti e per i loro conviventi umani. Vengono passati in rassegna e decodificati tutti i comportamenti e le situazioni della vita quotidiana "lato umano" e "lato gatto", attraverso oltre 180 parole-chiave classificate dalla A alla Z. Cosa ci vuole dire, come dobbiamo rivolgerci al nostro micio, come possiamo interpretare i comportamenti tra gatti. E tutte le norme che regolano una serena convivenza. Oltre a un centinaio di vignette spassose che illustrano in modo umoristico il rapporto tenero e a volte conflittuale tra noi e il gatto.


    La Recensione


    Ennesimo libro che leggo sui gatti, questo consigliatomi dalla mia veterinaria, ed ennesima ripetizione in ridondanza degli stessi concetti e consigli comuni a tutti questi libri.

    La mia idea dopo averne letti quattro è la seguente: limitatevi a comperarne uno, tipo Cats for Dummies, il migliore secondo me e poi imparate ad ossevare il vostro micio, interagite con lui e solo l'esperienza diretta della vostra vita vissuta insieme a lui potrà farvi da maestro per tutte le gioie e i problemi che affronterete insieme.

    Esistono anche, incredibile a dirsi, luoghi dove i libri non possono arrivare.


    Voto: 2/5

      mercoledì 19 novembre 2014

      Fuga dal campo 14 - Blaine Harden




      I Contenuti

      Shin Dong-hyuk è l'unico uomo nato in un campo di prigionia della Corea del Nord ad essere riuscito a scappare. La sua fuga e il libro che la racconta sono diventati un caso internazionale, che ha convinto le Nazioni Unite a costituire una commissione d'indagine sui campi di prigionia nordcoreani. Il Campo 14 è grande quanto Los Angeles, ed è visibile su Google Maps: eppure resta invisibile agli occhi del mondo. Il crimine che Shin ha commesso è avere uno zio che negli anni cinquanta fuggì in Corea del Sud; nasce quindi nel 1982 dietro il filo spinato del campo, dove la sua famiglia è stata rinchiusa da decenni. Non sa che esiste il mondo esterno, ed è a tutti gli effetti uno schiavo. Solo a ventitré anni riuscirà a fuggire, grazie all'aiuto di un compagno che tenterà la fuga con lui, e ad arrivare a piedi e con vestiti di fortuna in Cina, e da lì in America. Questa è la sua storia.

      La Recensione

      Fuga dal campo 14 è un romanzo di Shin Dong-hyuk, che è un esule nordcoreano residente in Corea del Sud. Si tratta dell'unica persona conosciuta che sia riuscita a fuggire da un campo di concentramento del suo Paese e sia sopravvissuta per raccontarlo. Si crede che sia anche l'unica persona nata in un campo di prigionia riuscita a lasciare la Corea del Nord e questo libro è la sua testimonianza autobiografica.

      Il romanzo è scritto a quattro mani, o meglio è un'elaborazione delle interviste durate mesi da parte del giornalista statunitense Blaine Harden. Shin, spesso accompagnato da Harden, è stato relatore nell'ambito di conferenze in tutto il mondo per parlare della sua vita nel Campo 14, del totalitarismo nordcoreano e di diritti umani, in modo da sensibilizzare le persone riguardo alla situazione dei prigionieri in Corea del Nord.

      Shin, prigioniero perchè uno zio scappò in Corea del Sud, durante gli anni cinquanta, è nato nel campo di internamento di Kaechon (Campo 14): si tratta di un campo di lavoro forzato dove i prigionieri scontano condanne a vita e in cui la durata media della vita è di 45 anni. Nato da due prigionieri che erano stati autorizzati a dormire insieme per un paio di notti all'anno come ricompensa per il buon lavoro, Shin visse con la madre, fino all'età di 12 anni e vide in poche occasioni il padre.Impara a sopravvivere con ogni mezzo, anche mangiando rane, ratti e insetti e segnalando la cattiva condotta di altri prigionieri in cambio di premi da parte delle guardie. All'età di 13 anni sente la madre e il fratello pianificare un tentativo di evasione: Shin riferirà il fatto, così come gli era stato insegnato sin dalla tenera età e li vedrà morire entrambi, odiandoli, dopo essere stato torturato lui stesso. Shin poi conoscerà un prigioniero politico quarantenne di Pyongyang che gli racconterà la verità sul mondo al di fuori del Paese. Deciderà così di scappare e dopo aver attraversato il confine con la Cina, approderà al mondo libero.

      Dovendo dare un giudizio a questo libro, credo bisogna scindere quest'ultimo in due parti: una prima che riguarda il romanzo in sè, ovvero la storia di Shin e la sua fuga (che non è poi così di primo aspetto nel romanzo stesso), e la seconda inerente l'inchiesta che sta dietro ai campi di prigionia in Nord Corea (infarcita di dati a riguardo). Diciamo che come strumento di conoscenza, di reportage degli orrori di questi campi, do una valutazione più che ottima, per il romanzo in sé il giudizio non può essere così positivo, la storia è appunto un susseguirsi di trascrizioni dei ricordi di Shin, intervallati da molto altro, e in più il tutto è raccontato in terza persona, che a mio parere impoverisce un po' la storia.

      Sebbene questo libro porta a conoscenza dei più, o almeno a chi abbia voglia di informarsi leggendolo, una delle più grandi tragedie umane che si perpetrano anche in questo momento senza che nessuno faccia niente, di per sé il romanzo mi è piaciuto ma non mi ha entusiasmato per le ragioni sopra descritte. Bellissimo come libro reportage/inchiesta, molto meno come romanzo.

      Voto: 3/5

        giovedì 6 novembre 2014

        Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? - Johan Harstad




         

        I Contenuti

        Che ne è stato di Buzz Aldrin? Chi si ricorda del secondo uomo che ha messo piede sulla luna dopo Neil Armstrong? Per Mattias, nato in quella mitica notte del 20 luglio 1969, il capitano Edwin “Buzz” Aldrin è un idolo, simbolo di tutti coloro che svolgono il loro compito e spariscono nella folla, contenti di fare la loro parte, essere una ruota dell’ingranaggio. Non tutti vogliono essere il numero uno, e Mattias si è ostinatamente votato all’invisibilità: How to disappear completely, dice una canzone dei Radiohead amata dall’autore. Così ha sempre tenuto nascosto il suo talento per il canto, tranne un’unica volta: quando l’ha fatto esplodere al ballo del liceo per conquistare l’amore di Helle. E anche se l’amico Jørn l’ha sempre pregato di cantare nella sua band, Mattias resta lontano dai riflettori: lavora in un vivaio e coltiva il suo giardino, una vita felicemente normale. Ma anche un ingranaggio ben funzionante rischia di incepparsi e da un momento all’altro si può essere sbalzati fuori dalla sicurezza della propria orbita, in assenza di gravità. Mentre tutto gli crolla attorno, Mattias segue la band di Jørn per un concerto alle isole Faroe e sbarca nella magnifica desolazione del loro paesaggio lunare: forse è in questo luogo dimenticato che vanno a finire le cose perdute, forse è qui che Mattias può ritrovare se stesso, affrontare i propri fantasmi e scoprire che non si può fluttuare nello spazio della propria solitudine, che l’amicizia e l’amore ci impediscono di sparire completamente. Una scrittura pulsante come una colonna sonora che macina rock e cultura pop in un crescendo di immagini sorprendenti, nitide e intrise di una poesia lieve e malinconica. Un inno al non apparire che è una salutare provocazione in una società ossessionata dal protagonismo.


        La Recensione

        "Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?" è il primo romanzo di Johan Harstad, pubblicato in Norvegia nel 2005 ed in Italia nel 2008, dalla Iperborea di Milano, la nota casa editrice che porta presso di noi moltissimi autori del nord europa. È stato un libro di grande successo, tradotto in numerose lingue e pubblicato in molti paesi del mondo. A me è stato consigliato come sempre dalle ragazze dell'Iperborea durante la mia visita annuale al Salone del Libro di Torino; anche questa volta, consiglio azzeccato.

        La trama è molto particolare e parte in maniera caleidoscopica: Che ne è stato di Buzz Aldrin? Chi si ricorda del secondo uomo che ha messo piede sulla luna dopo Neil Armstrong? Per Mattias, nato in quella mitica notte del 20 luglio 1969, il capitano Edwin “Buzz” Aldrin è un idolo, simbolo di tutti coloro che svolgono il loro compito e spariscono nella folla, contenti di fare la loro parte, essere una ruota dell’ingranaggio. Non a tutti piace essere i primi, non tutti vogliono dirigere un'azienda, andare in tv, diventare famosi. A qualcuno piace essere invisibile, qualcuno vuole essere la segretaria che resta fuori dalle porte della riunione. Qualcuno vuole vedere il film, non esserci dentro. 

        Mattias non è ad Armstrong che guarda, ma a Buzz Aldrin, il secondo uomo, quello che tutti dimenticano, quello che vuole farsi dimenticare, e sparisce nella folla. La vita di Mattias sta crollando, le sue sicurezze vengono meno e, per una serie di eventi, egli si ritrova a vivere alle Isole Fær Øer, un posto dal quale tutti fuggono, insieme ad alcuni ex pazienti psichiatrici. Lì, ai confini del mondo, ci accompagnerà nel suo intimo percorso di crescita e di evoluzione.

        Credo che solo l'ambientazione di questo romanzo meriterebbe una recensione a parte, le isole Faroe: natura incontaminata e cultura autentica, il baluardo più a Nord della Danimarca, immerse nell'Oceano Nord Atlantico, tra paesaggi mozzafiato e pittoreschi villaggi di pescatori. Formate da 18 isole montagnose e abitate da appena 50.000 persone, le affascinanti Isole Faroe sono un vero e proprio paradiso naturalistico, popolato da innumerevoli specie di uccelli e ricchi greggi di pecore. Montagne e fiordi, per un'isola dove neanche gli alberi crescono.

        Il romanzo è molto bello e pieno di sensibilità, la scrittura elegante e avvincente, nonostante la storia da raccontare non sia proprio semplice: disagio mentale e sociale, si parla di disperazione e sensi di vuoto, della fragilità degli esseri umani, di come il tempo e gli eventi possano consumare tutte le sicurezze e portarci via ciò che ci è più caro, di come a volte neanche nascondersi dalla vita può salvarci, di come insomma vivere può essere duro, del mare che può salire, sfondare le finestre e soffocarci. 

        Se proprio vogliamo trovare qualcosa di negativo, possiamo dire che la parte centrale stenta un poco, si allunga un po' troppo, ma poi si riprende in fretta e ad ogni modo il tutto scorre via velocemente.

        Mattias, rappresenta quello che in molti siamo: eterni secondi, magari con un talento nascosto che non vogliamo o non siamo capaci di mostrare, consci delle proprie capacità e molte volte inadatti a combattere per la supremazia. Per essere i primi bisogna dare una spinta ad Armstrong. Aldrin ci pensa, ma non lo fa. Mattias lo sa e per non farlo si ritira nella solitudine col desiderio di scomparire. Molti si accontentano di essere semplici ingranaggi che girano, facendo il loro lavoro ottimamente, costruendo una famiglia amorevole, avendo pochi e selezionati amici.

        Un inno al non apparire in una società ossessionata dal protagonismo. Consigliato.


        Voto: 4/5

          mercoledì 15 ottobre 2014

          Il labirinto - James Dashner




           

          I Contenuti

          Quando Thomas si sveglia, le porte dell’ascensore in cui si trova si aprono su un mondo che non conosce. Non ricorda come ci sia arrivato, né alcun particolare del suo passato, a eccezione del proprio nome di battesimo. Con lui ci sono altri ragazzi, tutti nelle sue stesse condizioni, che gli danno il benvenuto nella Radura, un ampio spazio limitato da invalicabili mura di pietra, che non lasciano filtrare neanche la luce del sole. L’unica certezza dei ragazzi è che ogni mattina le porte di pietra del gigantesco Labirinto che li circonda vengono aperte, per poi richiudersi di notte. Ben presto il gruppo elabora l’organizzazione di una società ben ordinata e disciplinata dai Custodi, nella quale si svolgono riunioni dei Consigli e vigono rigorose regole per mantenere l’ordine. Ogni trenta giorni qualcuno si aggiunge a loro dopo essersi risvegliato nell'ascensore.
          Il mistero si infittisce un giorno, quando – senza che nessuno se lo aspettasse – arriva una ragazza. È la prima donna a fare la propria comparsa in quel mondo, ed è il messaggio che porta con sé a stupire, più della sua stessa presenza. Un messaggio che non lascia alternative. Ma in assenza di altri mezzi visibili di fuga, il Labirinto sembra essere l’unica speranza del gruppo... o forse potrebbe rivelarsi una trappola da cui è impossibile uscire.


          La Recensione

          Il labirinto (The Maze Runner), è un romanzo fantascientifico per ragazzi del 2009 dello scrittore statunitense James Dashner, primo capitolo della serie The Maze Runner, formata da quattro romanzi ambientati in un futuro post apocalittico distopico. Dal romanzo è stato tratto un film del 2014, Maze Runner - Il labirinto per la regia di Wes Ball, nelle sale a breve.

          Il labirinto è stato pubblicato negli Stati Uniti nell'ottobre 2009 ed è stato edito in italiano la prima volta l'1 giugno 2011 e poi ritradotto per l'imminente uscita del film, il 28 agosto 2014 in una nuova edizione. Ha avuto due seguiti, "La fuga - Maze Runner" e "La rivelazione - Maze Runner", e un prequel, The Kill Order del 2012, ancora inedito in Italia.

          Il protagonista è Thomas che si risveglia nella Radura, al centro di un grandissimo labirinto, insieme ad altri ragazzi che sono lì già da tempo e si sono organizzati per sopravvivere. Quando si sveglia, non ricorda come ci sia arrivato, né alcun particolare del suo passato, a eccezione del proprio nome di battesimo. L'ambientazione è un ampio spazio limitato da invalicabili mura di pietra, che non lasciano filtrare neanche la luce del sole. L’unica certezza dei ragazzi è che ogni mattina le porte di pietra del gigantesco Labirinto che li circonda vengono aperte, per poi richiudersi di notte. Al suo interno delle creature mostruose che cercano di ghermire i ragazzi che tentano di trovare l'uscita dal labirinto. Il mistero si infittisce un giorno, quando – senza che nessuno se lo aspettasse – arriva una ragazza. È la prima donna a fare la propria comparsa in quel mondo, ed è il messaggio che porta con sé a stupire, più della sua stessa presenza. Un messaggio che non lascia alternative.

          Com'è facile intuire parliamo di un libro young adult del filone dispotico, della serie "Hunger Games", "Divergent" e così via... che ultimamente hanno sempre più successo; questo è il primo di una serie, quindi il finale rimane apertissimo. Devo dire che ciò che mi ha spinto a leggere questo libro (oltre alla curiosità suscitami dai trailer del film) è stato il tema del labirinto, che però speravo avesse una un ruolo più preponderante nella trama e fosse un po'più enigmatico e meglio sviluppato. Mi affascinava la storia di fondo e l'idea che dava propulsione a tutto mi incuriosiva molto.

          Però mi sono ritrovato tra le mani un libro che ha davvero molte pecche, troppe a mio avviso: mancano personaggi convincenti e gli stessi protagonisti sono definiti male, le tre o quattro figure centrali poi sono lo stereotipo dei ragazzi o troppo svegli, o troppo bulli, o troppo idioti. Gli altri non sono pervenuti. Il modo di scrivere è molto approssimativo, la narrazione risulta poi ripetitiva, lenta e alla lunga noiosa, nonostante si nota che l'autore cerchi di renderla convincente. Il gergo parlato dai ragazzi nella radura (ce n'era davvero bisogno?) è irritante all'inverosimile, esempio lampante è chiamare "sploff" la merda, (dal rumore che fa quando cade nel cesso), una cacofonia orrenda. Velo pietoso sul resto.

          Credo che la storia sia l'esempio lampante di come un libro davvero mediocre, possa trasformarsi in un film di successo, ma solo tra un pubblico relativamente giovane, cresciuto con Harry Potter e trasportato negli Hunger Games.

          Da evitare a tutti gli altri. 

          Voto: 1/5

            lunedì 6 ottobre 2014

            La boutique del mistero - Dino Buzzati




            I Contenuti

            La boutique del mistero è una raccolta di trentuno racconti pubblicati in diversi volumi e ordinati dallo stesso autore "nella speranza di far conoscere il meglio di quanto ho scritto". Il racconto di Buzzati è un momento di indagine profonda, un'esplorazione emozionante in un'atmosfera magica. Poche volte, nella letteratura italiana, uno scrittore ha indagato così a fondo il mistero che circonda l'uomo contemporaneo, le debolezze e i paradossi che lo caratterizzano, la sua solitudine, le sue esperienze. In quest'ottica, La boutique del mistero (con i suoi più famosi racconti: Il colombre, I sette messageri, Sette piani, Il mantello) offre al lettore la possibilità di sperimentare la finezza di stile di cui uno dei più grandi autori italiani del Novecento, nelle cui pagine coesistono allegorie inquietanti, spunti surreali, invenzioni fantastiche e dati di cronaca, o presunti tali, che sembrano rimandare a possibili realtà metafisiche.


            La Recensione


            La boutique del mistero è un'antologia di racconti di Dino Buzzati, pubblicata per la prima volta nel 1968 da Mondadori, la raccolta nasce come selezione dei trentuno racconti più rappresentativi dell'opera di Buzzati, autore indimenticato del "Deserto dei Tartari", i quali rappresentano al meglio tutte le tematiche più care all'autore come la solitudine, la paura, l'angoscia e vari paradossi dell'età contemporanea narrati con uno stile magico e surreale.


            In questi 31 racconti i principali temi sono la paura dell’uomo di dire le cose chiaramente agli altri e la paura del diverso (Sette piani, Il cane che ha visto Dio); l’inquietudine dell’animo umano (Eppure battono alla porta, I topi, Il colombre); l’angoscia dell’infinito e dell’irraggiungibile (Sette messaggeri); la tristezza (Il mantello, Inviti superflui, Il tiranno malato); la semplicità (Una goccia); il mistero (Qualcosa era successo); l’invidia, la poesia e il senso pratico della vita (I Santi, Inviti superflui, La fine del mondo); i sogni e le delusioni (La Torre Eiffel, Ragazza che precipita)



            La boutique del mistero è un distillato dell'uomo e dello scrittore Buzzati che ci fa comprendere un po' meglio una mente straordinariamente profonda e creativa come la sua; solo recentemente si è arrivati a comprendere che è stato uno tra i più significativi scrittori italiani: già dalla scrittura si capisce che siamo davanti ad un autore che meritava il nobel, vogliamo poi parlare della fantasia sfrenata che esce preponderante da queste pagine?



            Con una scrittura scorrevole, Buzzati ci propone storie allegoriche su quasi tutte le situazioni umane; racconti metafisici che scardinano la realtà per farci riflettere sulla nostra condizione terrena e cercare di farci vivere meglio. I racconti che più ho apprezzato sono stati: "I Sette Messageri", "Sette piani", "Il mantello", "Una goccia", "Qualcosa era successo", "Lo scarafaggio", "Il colombre", "La giacca stregata".



            Consigliato sicuramente a chi ha apprezzato "Il deserto dei Tartari" e a chi ama i racconti.


            Voto: 3/5

              martedì 9 settembre 2014

              La morte paga doppio - James M. Cain




              I Contenuti

              La morte paga doppio uscì per la prima volta a puntate sulla rivista «Liberty» – uno dei tanti pulp magazine dell’epoca – tra il febbraio e l’aprile del 1936. Quando, poche settimane dopo, Joe Sistrom della Paramount entrò nell’ufficio di Billy Wilder ingiungendogli di leggere subito quel «thriller su una donna che uccide suo marito per riscuotere l’assicurazione», ignorava di avere innescato, oltre alla lavorazione di un grande film quale La fiamma del peccato, un’inesauribile vena di leggende. Come quella del curioso record stabilito da Wilder stesso, che divorò il romanzo di Cain in cinquantotto minuti contro le due ore, cinquanta minuti e sette secondi indicati dalla rivista come tempo necessario alla lettura. E si potrebbe continuare a lungo, se non altro per spiegarsi il profumo di scandalo che ancora oggi avvolge questo archetipo del noir, che ci attrae allo stesso modo in cui il protagonista, pur sapendo che sarebbe più prudente «mollarla come un attizzatoio rovente», è attratto dalla sua dark lady. 



              La Recensione

              La morte paga doppio è un romanzo noir del 1943 di James Cain. Ispirato a un caso di cronaca, il romanzo venne trasposto sul grande schermo in una rinomata pellicola di Billy Wilder, che nella versione italiana s'intitola (come la prima edizione del libro stesso) "La fiamma del peccato". Sono passati molti decenni dalla sua pubblicazione, ma è un testo che si legge ancor oggi in maniera perfetta. Cain è lo stesso autore de "Il postino suona sempre due volte".

              La trama: Hollywood, fine anni trenta. Il cinico agente assicurativo Walter Huff si invaghisce di Phyllis, moglie di Nirdlinger, uno dei suoi clienti. 
              Tra i due sorge una torbida relazione: con la complicità dell'amante, Walter ordisce un piano per far sottoscrivere a Nirdlinger una polizza sulla vita, poi organizza un incidente simulato, facendo credere che l'uomo sia accidentalmente caduto da un treno in corsa. Nonostante il piano sia stato congegnato fin nei minimi dettagli, subito dopo l'omicidio le cose inizieranno a complicarsi.

              Lo stile è limpido, asciutto, immediato, con grandi spazi ai dialoghi, che rende la trama affascinante, tesa e vibrante e addentra il lettore in una storia per nulla banale e scontata; è un noir perfetto, architettato in modo impeccabile, anche se il tema ripropone quello dell'omicidio finalizzato a riscuotere il capitale di una polizza vita.

              Probabilmente è la prosa di Cain che è davvero unica e rende tale anche il romanzo. I personaggi di questo breve noir sono perfettamente tratteggiati e le vicende narrate vengono percepite dal lettore come le scene di un film, come in effetti poi è stato fatto, rendendolo probabilmente uno dei pochi casi in cui il film arriva a reggere il confronto con il libro.

              Sicuramente se siete appassionati lettori di noir avrete già letto questo titolo, e se non lo siete potete sicuramente permettervi di spendere poche ore per leggere una storia che di certo non vi annoierà. Compratelo ad occhi chiusi e divoratelo tutto d'un fiato.



              Voto: 4/5

                mercoledì 3 settembre 2014

                E Johnny prese il fucile - Dalton Trumbo



                 

                I Contenuti

                Considerata l'opera narrativa più sconvolgente sugli orrori della guerra E Johnny prese il fucile è un romanzo in cui viene descritta, e per così dire materializzata, la condizione di 'torso umano' del soldato Johnny: di un soldato che sopravvive grazie a un prodigio della chirurgia alle mutilazioni subite in guerra. La mente è l'unica cosa che gli è rimasta: Johnny rievoca il suo passato, le prime esperienze, l'amore, l'amicizia, e la superficialità con cui una guerra senza chiari motivi può travolgere gli individui, trascinandoli in un irresponsabile e complice stato di incoscienza. Uscito negli Stati Uniti nel 1939 E Johnny prese il fucile è romanzo di pacifismo integrale (Trumbo ne trasse una sceneggiatura per un film che diresse egli stesso nel 1971, e che fu tra i prediletti di François Truffaut), e la voce di Johnny tutt'ora intatta - come scrive Goffredo Fofi - è quella di un Lazzaro indomito e sarcastico: "Cantate cantate forte per me i vostri alleluia tutti i vostri alleluia per me perché io conosco la verità e voi no sciocchi. Sciocchi sciocchi sciocchi."



                La Recensione

                E Johnny prese il fucile è un romanzo dello scrittore statunitense Dalton Trumbo del 1939. Questo libro è un'atroce requisitoria contro la guerra, un grido di pietà ed indignazione, un attacco alla scienza e all'esercito, ed infine anche un'interrogazione sull'esistenza di Dio. Venne realizzato anche un film nel 1971 scritto e diretto dallo stesso Trumbo, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 24º Festival di Cannes.

                Antifascista e soprattutto antimilitarista, Trumbo scrive questo libro simbolo del pacifismo e contro ogni tipo di guerra nel 1938, ispirandosi ad un fatto realmente accaduto. Il libro uscì nel 1939, quando ormai gli americani stavano per intervenire nel secondo conflitto mondiale, ma dopo l'episodio di Pearl Harbour fu ritirato dalle librerie ed occultato ai più. Fin dal momento della sua pubblicazione è stato strumentalizzato da entrambi gli schieramenti politici, criticato, e addirittura deriso. Persino in Italia, fino a qualche anno fa, recuperare una copia di questo libro poteva essere molto, molto difficile.

                Colpito da una cannonata nell'ultimo giorno della prima guerra mondiale del 1914-18, Joe Bohnam soldato americano diciannovenne, perde gambe, braccia e parte del viso: cioè vista, olfatto, udito e parola, diventando un troncone di carne pensante. Ricoverato in un ospedale militare e mantenuto in vita da macchinari che lo alimentano e gli permettono di respirare, Johnny prenderà lentamente coscienza della propria condizione. Mente imprigionata in un corpo che ormai non ha più nulla di umano, ripercorrerà alcuni dei momenti più intensi del suo passato (pregne di "vita idealizzata" in puro stile "casa nella prateria"), fino alla conquista, ma che sarà del tutto amara, della comunicazione con il prossimo.

                Il fulcro del romanzo poggia essenzialmente sulla requisitoria contro la guerra e contro la propaganda governativa che costringe uomini e ragazzi ad andare verso la morte per dei concetti del tutto vani secondo Trumbo, di parole idealizzate come "onore" e "libertà"; queste sono le parti in cui il ritmo procede molto lentamente e i concetti si avvitano su se stessi, ripetendosi più e più volte, diventando per il lettore parole ridondanti che fanno perdere "potenza" ai concetti che si vogliono trasmettere.

                Le parti più toccanti e meglio riuscite sono quelle in cui l'autore cerca di far entrare il lettore nella condizione estrema di vita di Johnny parlando di solitudine, di isolamento, del bisogno di comunicare e di avere un contatto umano con il prossimo, di sentirsi lui stesso ancora umano. Non mi trova d'accordo con gli altri lettori il concetto della voglia di vivere estrema del protagonista, anzi io ho ravvisato esattamente il contrario.

                Per concludere, questo libro è sicuramente uno dei maggiori esempi di manifesti antimilitaristi esistenti, ma rimane principalmente quello o poco più. La storia, le vicende del protagonista con i suoi pensieri, la sua vita prima e dopo aver indossato l'uniforme, è più un contorno (molto ben presentato) per veicolare le idee dell'autore. Devo ammettere che mi ha deluso un poco e ho trovato migliori altri romanzi che raccontano le tragedie della guerra, vedi Remarque, Stern, Barbusse, Malaparte.


                Voto: 2/5

                  venerdì 29 agosto 2014

                  I giochi della notte - Stig Dagerman



                   

                  I Contenuti

                  Troppo assoluto per accettare compromessi, troppo intransigente per accontentarsi di consolazioni, troppo impregnato di solidarietà per cercare giustificazioni nella scrittura, Dagerman appartiene alla categoria di quelli che non sanno perdonare a se stessi la sofferenza e l’umiliazione degli altri, che non possono non opporsi con tutto il loro essere all’ingiustizia del vivere. Ed è proprio quella sua compassione che gli dà la capacità di cogliere nei giochi solitari di un bambino, nell’ostinato silenzio di un vecchio, nei gesti meccanici di una don­na, l’indicibile disperazione di piccole vite, di piccole tragedie cui si passa accanto senza neppure accorgersene, con l’arroganza degli “implacabili”, o semplicemen­te l’indifferenza di chi non si è mai trovato dalla parte dei perdenti, degli anonimi e silenziosi che diventano visibili solo quando arrivano a compiere quell’atto estremo che è la loro definitiva autocondanna. È con la lucidità di chi non ha paura di farsi del male che Dagerman affronta in questi racconti i suoi costanti temi: la solitudine in un mondo di adulti in cui si lasciano crescere i silenzi fino a farne muri invalicabili d’incomprensione, l’amarezza di sentirsi traditi, estra­nei a se stessi, superflui agli altri, la desolazione del crollo dell’autoinganno, quando si chiude ogni via d’u­scita e resta solo la consapevolezza che “l’uomo per riuscire a sopportarsi deve avere i nervi molto saldi”. Ma è soprattutto nello sguardo dei bambini che i rac­conti toccano la loro più struggente intensità, quei bambini che vedono sempre troppo e capiscono sem­pre troppo, già rassegnati a non poter reggere la realtà senza la fuga nel sogno e nella fantasia.


                  La Recensione

                  Sembra sempre molto facile recensire i libri che non ci sono piaciuti, insomma uno scrive due righe, qualcosa del tipo "non pensate neanche a comperare una questo libro" e poi tira diritto per la sua strada verso la prossima lettura. Solo che entrano in gioco molti fattori che lì per lì non pensi, del tipo "questo libro è piaciuto a tutti", "guarda lì che recensioni e che votazioni", "come giustifico il fatto che questo libro proprio non l'ho digerito", e via discorrendo.

                  Ormai avrete intuito che questa raccolta di racconti non mi ha entusiasmato per nulla e sono qui a cercare di spiegarvi il perché questo autore che è stato un giornalista e scrittore svedese, talentuoso, sensibile e libertario mi abbia annoiato a morte e vorrei scrivere un sacco di belle parole per lui, che morto suicida a 31 anni, sopravvive comunque tutt'oggi come figura mitica della letteratura svedese. Ma non ci riesco.

                  Non mi vengono in mente molte spiegazioni logiche e parole a supporto delle sensazione che ho tratto da questa lettura, se non che: i racconti sono noiosi, pesanti, insensati, tristi di una tristezza ambigua, paludosa, senza sbocco alcuno. Dagerman ha una visione negativa e senza compromessi del mondo, sente gli uomini condannati senza colpa a soffrire in silenzio, incapaci di comunicare. Il tutto contornato da un mondo ostile e freddo, ma le situazioni diventano troppo irreali per mettere il lettore (o almeno me) nella condizione di partecipare a questa sofferenza.

                  Troppe sospensioni, troppe pause, troppe cose taciute e personaggi in attesa perenne, così come il lettore. Di sette racconti, ne salvo uno: "Lo sconosciuto", perché sono riuscito ad entrare nella disperazione dei personaggi, la situazione anche se comunque irreale è "capibile", "raccontabile", "condivisibile".

                  Si legge di disperazione senza nessuna speranza, ma non lascia il tempo di rendermi partecipe, di farla tramite la lettura in qualche modo mia, mi lascia solo un vuoto che non riesco a colmare perché non riesco a capirlo.

                  E continua a venirmi in menta la scena di "Tre uomini e una gamba" e "del mattone polacco minimalista di scrittore morto suicida giovanissimo! Copie vendute: 2"; neanche di questo riesco a dare spiegazione del perché.
                   



                  Voto: 1/5

                    giovedì 14 agosto 2014

                    Uomini in guerra - Andreas Latzko




                     

                    I Contenuti

                    "Uomini in guerra" è un titolo fondamentale della letteratura pacifista della Prima guerra mondiale. Il suo autore, lo scrittore e giornalista ungherese Andreas Latzko (1876-1943), combatte nel 1915-1916 come ufficiale dell'esercito austro-ungarico sul fronte italiano e viene gravemente ferito. Durante la lunga riabilitazione prende corpo "Uomini in guerra", un'opera costituita da sei racconti in cui la crudeltà e l'assurdità della guerra è narrata attraverso la sofferenza fisica e psicologica dei personaggi. Sei storie durissime, il cui comune denominatore è il verificarsi di un evento rivelatore che fa scattare nella mente dei protagonisti una presa di coscienza, una dolorosa lucidità che il resto del mondo definisce pazzia. È la pazzia che mette a nudo la verità della guerra, così elementare e cruda da minacciare l'ordine costituito rappresentato dalla macchina bellica. Pubblicato nel 1917, tradotto in 19 lingue e accolto con grandissimo favore dal pubblico, "Uomini in guerra" ha un impatto talmente clamoroso che viene messo al bando in tutti i Paesi coinvolti nel conflitto, mentre il suo autore è degradato dal Comando Supremo austro-ungarico. La presente edizione, frutto di una profonda revisione stilistica della traduzione originale, vuole far riscoprire ai lettori di oggi un capolavoro dimenticato.


                    La Recensione

                    "Uomini in guerra", con una nuova traduzione dal tedesco, era un romanzo ormai introvabile da molto tempo. Pubblicato nel 1917, costò caro all'autore e divenne presto un successo internazionale tradotto in 19 lingue sebbene le nazioni coinvolte nella guerra facessero di tutto per bloccarne la diffusione e bandirlo. Il suo autore, lo scrittore e giornalista ungherese Andreas Latzko (1876-1943), combatte nel 1915-1916 come ufficiale dell'esercito austro-ungarico sul fronte italiano e viene gravemente ferito. Mandato al fronte sul fiume Isonzo si ammala di malaria e subisce forti attacchi; da quest'esperienza nasce "Uomini in guerra" pubblicato in Germania e poi tradotto in una ventina di lingue. 

                    Forse il primo romanzo di denuncia sugli orrori del conflitto, che mette a nudo la verità della guerra. Il libro è un'opera costituita da sei racconti, in cui la crudeltà e l'assurdità della guerra è narrata attraverso la sofferenza fisica e psicologica dei personaggi. Sei storie durissime, il cui comune denominatore è il verificarsi di un evento rivelatore che fa scattare nella mente dei protagonisti una presa di coscienza. Un atto di denuncia in sei episodi scritto da Andreas Latzko, ufficiale dell'esercito austroungarico proprio durante la Grande Guerra. 

                    Non tutti i racconti sono di alto livello, decisamente alcuni sono meglio di altri. Complice comunque una scrittura che risulta "datata" per i nostri occhi, molto roboante, pregna di patriottismo, di valori che suonano veramente fuori dagli spartiti moderni per il lettore di oggi (e ancor più utili per capire il pensiero dell'epoca). I più belli e coinvolgenti sono stati sicuramente: "Il camerata", "Il battesimo del fuco", "Il ritorno in patria", il peggiore "Il vincitore", veramente poco accattivante e noioso. 

                    Sicuramente i migliori sono quelli dove le emozioni del soldato davanti alle atrocità della guerra vengono poste in primo piano: vacillano, vengono sconvolte da ciò che le circondano, finiscono preda di pazzie. Non mi stupisco di come questo libro sia stato messo alla berlina ai tempi della prima guerra mondiale, dove venivano mandati al macello come tanti buoi uomini che erano contadini, manovali, piccoli bottegai, infarciti di toni patriottici e del tutto alla mercé dei signori della guerra che per lo più non vedevano neanche una trincea se non disegnata su una carta geografica.

                    Non siamo davanti ad un capolavoro come "Niente di nuovo sul fronte occidentale", il miglior libro sulla prima guerra mondiale che ho letto, ma questi racconti aggiungono sicuramente un tassello in più per capire veramente quella che fu una delle più grandi tragedie dell'uomo con oltre 70 milioni di uomini mobilitati in tutto il mondo (60 milioni solo in Europa) di cui oltre 9 milioni caddero sui campi di battaglia e circa 7 milioni di vittime civili, non solo per i diretti effetti delle operazioni di guerra ma anche per le conseguenti carestie ed epidemie.


                    Voto: 3/5