martedì 17 dicembre 2013

La morte di Ivan Il'ič - Leo Tolstoy




 

I Contenuti

Scritto tra il 1884 e il 1886, La morte di Ivan Il'ič è un piccolo capolavoro. Tolstoj (1828-1910) lo scrisse in seguito a una crisi religiosa, che ne rese ancora più sensibile il carattere già complesso. La trama è tanto semplice quanto trgica: racconta la morte, il morire come prima non era mai stato fatto da uno scrittore. Nelle lunghe ore trascorse all'ombra della morte Ivan Il’ic, un magistrato borghesemente appagato del suo ruolo e della sua routine familiare, si rende conto che la sua vita è stata un cumulo di menzogne, in famiglia come nella carriera, ma un pensiero conolante gli si affaccia alla mente: che la morte sarà presto una liberazione dalla sofferenza, per lui stesso e per gli altri che lo circondano.


La Recensione

La morte di Ivan Il'ič fu pubblicato per la prima volta nel 1886, ed è uno dei racconti più famosi di Lev Nikolaevič Tolstoj; è anche una delle sue opere più celebrate, influenzata dalla crisi spirituale dell'autore, che lo porterà a convertirsi al Cristianesimo. Il tema centrale della storia è quello dell'uomo di fronte all'inevitabilità della morte. Ogni libro, o meglio ogni libro che si rispetti e vuole essere un grande libro, affronta la morte (in modi molto diversi) così come narra la vita, perché nessuna delle due è imprescindibile dall'altra. Non sono molti però i romanzi che affrontano in maniera così viscerale e profonda questo labile confine. Ma Tolstoy, così come ne "La sonata a Kreutzer", dimostra di essere il più grande narratore (e non romanziere) di tutti i tempi, ci riesce pienamente.

Ivan Il'ic ha una vita soddisfacente, una buona carriera, una vita familiare e sociale apparentemente appagante. Nel nuovo appartamento di Pietroburgo, città in cui si è trasferito dopo una promozione, cade da uno sgabello, sistemando una tenda, e prende un colpo al fianco. Il dolore provocato dalla caduta diventa, nei giorni, sempre più forte e tutte le cure si rivelano inutili. Il pensiero della morte gli fa riconoscere la falsità della sua vita, di chi lo circonda, dei suoi apparenti successi. L'unica persona che gli sa stare vicino è un giovane servo che lo assiste fino alla terribile agonia. Morente, capisce che così libererà, prima che se stesso, gli altri dalla sofferenza dando la possibilità agli altri di continuare le loro vite menzognere.

Nelle parti centrali del libro, sembrano confondersi le parti: non vi è differenza tra il morente ed i vivi che si accalcano attorno al suo letto di sofferenza, perché essi non sono vivi, ma sono, per Tolstoj, dei morti viventi. Una rivelazione finale conforterà l’anima dell’ancora giovane Ivan che, prima di congedarsi da questo mondo, cercherà di chiedere perdono a chi lo circonda, una richiesta di perdono anche nei confronti del bene più prezioso che possiede l’uomo: la vita. Un perdono liberatorio che il moribondo concederà anche a se stesso, per aver preso coscienza, lì dove finiva la sua vita, dei propri errori.

Il finale è profondamente toccante, scritto magistralmente, in quegli ultimi momenti di vita, tra le tenebre dei suoi perché, egli improvvisamente trova la luce: la morte gli sembra meno brutta, anzi comprende che la morte per lui finiva proprio in quel momento: "E' finita la morte, la morte non c'è più". Colui che ha vissuto, pone fine alle sue menzogne, alla menzogna che è la vita. Colui che muore, nell'istante in cui muore, è finalmente un uomo.

Questo è un libro imperdibile, perché in poco più di ottanta pagine racchiude in sé la muta verità dello stordimento ultimo dell'uomo e della propria presa di coscienza di fronte alla vita che è riuscito a vivere.


Voto: 5/5

    mercoledì 11 dicembre 2013

    Le avventure di Pinocchio - Carlo Collodi






     

    I Contenuti

    Quando il suo amico Mastro Ciliegia gli regala un pezzo di legno che piange e ride come un bambino, Geppetto non sta più nella pelle dalla felicità: lo trasformerà in un burattino eccezionale, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali! Ma Pinocchio, malgrado i consigli del Grillo parlante e della Fata dai capelli turchini, darà del filo da torcere al simpatico falegname e ne combinerà di cotte e di crude... Un grande classico della letteratura italiana, amato da grandi e piccini, che ha commosso e incantato i lettori di tutto il mondo. Pubblicato per la prima volta nel 1883, il libro è stato tradotto con successo in numerose lingue.




    La Recensione

    "Le avventure di Pinocchio" è un romanzo scritto da Carlo Collodi, uscì per la prima volta a Firenze nel 1881 e fu pubblicato nel 1883 dalla Libreria Editrice Felice Paggi con le illustrazioni di Enrico Mazzanti; l'accoglienza riservata al libro non fu delle migliori: il perbenismo dell'epoca ne sconsigliò, addirittura, la lettura ai ragazzi "di buona famiglia" per i quali poteva trattarsi di una potenziale fonte d'imitazione. Addirittura le istituzioni vedendo i carabinieri coinvolti in un'opera di fantasia reagirono ricercando eventuali motivazioni per il sequestro del libro, scoprendo però che non ve ne era alcuna. Come evidente, il libro incontrò invece un successo popolare di difficile paragone.

    Si tratta di un classico della cosiddetta "letteratura per ragazzi", vanta innumerevoli trasposizioni: cinematografiche, teatrali, fumettistiche, serie televisive, serie animate e forse il più famoso di tutti è il cartone animato della Disney, che è anche il meno attinente con la storia originale. Oramai il monello Pinocchio è rientrato a pieno titolo nella letteratura mondiale; è un classico che bisogna leggere insieme a tutti gli altri "grandi" del novecento.

    Il romanzo, di 36 capitoli, ha come protagonista appunto Pinocchio e le sue famosissime avventure, l'autore lo chiama burattino, anche se è più simile a una marionetta, forgiato da un ciocco di legno durissimo, «che piangeva e rideva come un bambino» che parla, cammina e si muove come un vero bambino e si rivela subito un autentico discolo: la prima cosa che fa è quello di scacciare il Grillo Parlante, di cui non gradisce i saggi consigli, vende l'abbecedario, che il poverissimo Geppetto gli ha comprato sacrificando la sua casacca, per andare al teatro dei burattini; ivi il burattinaio Mangiafoco, prima lo minaccia, poi gli regala cinque monete d'oro. Ma Pinocchio, invece di portarle a Geppetto, si lascia abbindolare dal Gatto e dalla Volpe nella speranza di vedere moltiplicate le monete grazie all'albero degli zecchini; i due non solo lo derubano ma lo impiccano anche; lo salva la Fata dai Capelli Turchini. Dopo essersi fatto di nuovo derubare dal Gatto e dalla Volpe e aver subito altre disavventure ritrova la Fata e sembra voler mettere giudizio. Nel susseguirsi della storia Pinocchio corre il rischio di finire nuovamente in prigione e poi di venir fritto in padella da un pescatore; parte in seguito col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi: qui, passati cinque mesi di continua baldoria, si trasforma in asino, come accade a tutti i bambini che vanno nel Paese dei Balocchi. Viene allora comprato dal direttore di una compagnia di pagliacci; azzoppatesi durante uno spettacolo, è venduto a un uomo che vorrebbe fare con la sua pelle un tamburo: tenta perciò di annegarlo, ma i pesci divorano l'involucro asinino e Pinocchio, tornato burattino, fugge a nuoto. In mare viene inghiottito dal pescecane, nel cui ventre incontra Geppetto, il quale, messosi in viaggio per cercarlo, aveva fatto naufragio ed era stato a sua volta inghiottito parecchio tempo prima. I due fuggono dalla bocca spalancata del pescecane e si mettono in salvo. Ammaestrato dalle sue esperienze, Pinocchio mette giudizio, comincia a lavorare per mantenere Geppetto e si mette anche a studiare: ormai è diventato buono, e la conclusione è che una bella mattina si sveglia trasformato in un ragazzo in carne ed ossa.

    Nelle intenzioni di Carlo Collodi pare non vi fosse quella di creare un racconto per l'infanzia: nella prima versione, infatti, il burattino moriva impiccato a causa dei suoi innumerevoli errori. Solo nelle versioni successive, pubblicate a puntate su un quotidiano, la storia venne prolungata anche dopo la sequenza dell'impiccagione, giungendo al classico finale che oggi si conosce, con il burattino che assume le fattezze di un ragazzo in carne ed ossa.

    Vale sicuramente la pena di leggere questo romanzo, sia per puro divertimento nel leggere una storia che indubbiamente è piena di spunti avventurosi e umoristici e se non altro per la saggezza popolare che trabocca da ogni pagina, che rimane attuale anche ai nostri tempi, gli insegnamenti che ne può trarre un bambino o anche una persona adulta fanno capo a quei principi basilari su cui dovrebbe fondare una società, qualsiasi tipo di società.


    Voto: 3/5

      martedì 10 dicembre 2013

      La novella degli scacchi - Stefan Zweig




       

      I Contenuti

      La tragedia del nazifascismo nella sfida mortale di due uomini davanti alla scacchiera. Nel duello tra l'enigmatico dottor B. e il rozzo e greve Czentovic durante una traversata da New York a Buenos Aires si condensa "la pericolosa tensione, l'odio appassionato tra due nemici che avevano giurato di distruggersi a vicenda". Sulla scacchiera si staglia, così, la disperazione dell'autore per la tragedia che aveva investito l'Europa, che lo avrebbe portato al suicidio nel 1941.


      La Recensione

      La "Novella degli scacchi" è un romanzo breve del 1941 ed è anche l'ultimo racconto scritto da Stefan Zweig prima del suo suicidio, avvenuto nel 1942. Per quest'ultimo racconto, l'autore si è ispirato ai suoi ultimi giorni di vita a in Brasile dove si era nascosto con la sua seconda moglie, e l'unica distrazione era appunto una scacchiera. Ha già abbandonato l’Europa, i suoi amici, il mondo e la cultura a cui apparteneva. Ha visto i nazisti condannare al rogo le sue opere e subìto la punizione per essere un ebreo.

      Questo è il terzo romanzo che leggo di Zweig, considerato un "minore" europeo della prima metà del novecento, ma che ha scritto con un linguaggio godibile e leggibile anche per noi lettori di oggi e quando una scrittura rimane sempre attuale non siamo di certo di fronte ad uno scrittore da sottovalutare. Ero rimasto letteralmente abbagliato da "Lettera di una sconosciuta", mi era piaciuto un po' meno "Paura" ed ora eccomi qui a recensire questa "Novella degli scacchi".

      La trama del romanzo: Su un transatlantico che collega New York a Buenos Aires, tra i tanti passeggeri, viaggia il più grande campione di scacchi vivente, il giovane Mirko Czentovic. Personaggio rozzo ma a suo modo prodigioso. Un giovane ottuso, capace solo di giocare magnificamente a scacchi seppure la sua ignoranza era "parimenti universale in tutti i campi". Alcuni appassionati di scacchi lo sfidano ad alcune partite amichevoli, la prima delle quali ovviamente il campione vince senza il minimo sforzo. Il superbo e indomito McConnor, organizzatore delle sfide, non si dà però per vinto, e nella partita successiva interviene il dottor B., enigmatico passeggero che con i suoi consigli riesce a tener testa a Czentovič e a strappargli una patta.

      Tutto il romanzo non è che il riflesso metaforico e l’eco lontano dello sfacelo della vecchia e raffinata Europa per opera del nazismo, mostro devastante, cieco e privo di coscienza. In questa storia lo l'abbandono alla lotta, la stanchezza, è rappresentato proprio nella sconfitta di colui che rappresenta la sensibilità, l'intelligenza, la cultura per opera di un semianalfabeta, eccelso solo nel giocare a scacchi.

      Quello che forse è da condannare nello scrittore è il forte atteggiamento aristocratico che pervade tutto il racconto. Tutta la parte in cui Zweig racconta la storia di Czentovic, è colma di un certo disprezzo nei confronti del campione, perché è ignorante e non fa parte dell’élite intellettuale, eppure ha successo proprio in quell'elité che non dovrebbe neanche includere uomini come lui. 

      Il libro si legge in un paio d'ore, si legge velocemente ma affascina, come anche gli altri romanzi di Zweig; non mancano le parti di forte riflessione come quelle della prigionia del dottor B. ad opera delle SS, uno spaccato sulle nevrosi, sulla follia, per chi viene escluso dal monto esterno e buttato d'improvviso in un luogo dove regna solo il nulla, una tortura continua in cui la mente gira vorticosamente su se stessa senza alcun punto di appoggio fino alla rottura finale.

      Consigliato.


      Voto: 3/5

        lunedì 9 dicembre 2013

        La notte - Elie Wiesel





         

        I Contenuti

        Ciò che affermo è che questa testimonianza, che viene dopo tante altre e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto, è tuttavia differente, singolare, unica. (...) Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio. Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all'Eterno. Abbiamo mai pensato a questa conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell'anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto? (dalla Prefazione di F. Mauriac).


        La Recensione

        La notte è un romanzo autobiografico di Elie Wiesel che racconta le sue esperienze di ragazzo quindicenne ebreo, deportato insieme alla famiglia nei campi di concentramento di Auschwitz e Buchenwald negli anni 1944-1945, al culmine dell'Olocausto, fino alla fine della seconda guerra mondiale.

        Quando fù pubblicato nel 1958 ci vollero tre anni perché fossero vendute le prime 3000 copie. Il libro vendette 1046 copie nei successivi 18 mesi e fece parlare di sé solo fra i critici letterari; poi nel 1997 il libro vendette negli Stati Uniti 300 000 copie e nel 2011 sei milioni, ed era disponibile in 30 lingue. Le vendite incrementarono nel gennaio 2006 quando fu scelto dall'Oprah's Book Club e vendette due milioni di copie, diventando così il terzo bestseller tra i 70 libri del Club.

        A distanza di cinquanta anni il libro è stato tradotto in 30 lingue, ed è considerato, accanto a "Se questo è un uomo di Primo Levi" e al "Diario di Anna Frank", come uno dei capolavori della letteratura sull’Olocausto.

        L'impatto molto forte del libro sul lettore deriva molto probabilmente dalla sua costruzione. Il suo linguaggio è semplice, ma ogni frase sembra pesata e cauta, ogni episodio attentamente scelto e raccontato, arrivando su chi legge in maniera molto amplificata.

        In poco più di 100 pagine di narrazione frammentaria Wiesel, che prima di essere deportato passava le giornate e le notti a pregare e a leggere il "Talmud", descrive come l'orrore vissuto nei campi di concentramento e di sterminio lo abbia portato a perdere la fede in Dio e nell'umanità; lacerante anche il rapporto con il padre poiché egli, da adolescente, dovrà badare a lui, scoprendo dentro sé stesso in che modo tutti i valori umani e fraterni possano essere distrutti in condizioni estreme e miserrime come queste: "Se solo potessi sbarazzarmi di questo peso morto [...] Immediatamente mi vergognai di me stesso, per sempre" e ancora: "Qui non ci sono padri, fratelli, amici", gli disse un Kapo. "Ognuno vive e muore in solitudine".

        Wiesel aveva 16 anni quando Buchenwald venne liberata dagli Alleati nell'aprile 1945, troppo tardi per suo padre, che era morto a causa delle percosse subite, mentre egli assisteva impotente e silenzioso nel letto a castello per paura di essere a sua volta colpito.

        Libro straziante, che testimonia ancora una volta, quella che è stata una delle più grandi tragedie del ventesimo secolo: l'olocausto. E' una lettura semplice per via della scrittura dell'autore, ma difficile, incredibilmente impegnativa, perchè queste semplici parole riescono a ascavare dentro di noi e tracciano solchi di incredibile orrore; la narrazione di Wiesel riesce a metterci davanti all'abisso di malvagità che l'uomo ha dentro di sé. Ma parimenti, anche con la nostra forza, la resistenza e la voglia di libertà.


        Voto: 4/5

          martedì 3 dicembre 2013

          L'ombra - Roger Hobbs





           

          I Contenuti

          Quando una rapina a mano armata in un casinò di Atlantic City finisce in un bagno di sangue, all'uomo che ha organizzato il colpo non rimane che rivolgersi a Jack. Jack è quello che in gergo si definisce un'«ombra»: un uomo privo di un'identità, che ripulisce le scene dei crimini senza lasciare traccia. Un mestiere da professionisti, spesso rischioso. Ma mai come questa volta. Perché sulle sue tracce c'è l'Fbi, e qualcuno che vuole approfittare dell'occasione per regolare conti antichi, facendo sparire l'Ombra. Una volta per tutte.

          L'ombra, scritto da un esordiente di ventidue anni scoperto dall'editor di Raymond Carver e Cormac McCarthy, best-seller negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, acclamato dai critici, è stato venduto in sedici paesi. I diritti cinematografici sono stati acquistati dalla Warner Brothers.



          La Recensione

          L'ombra è un romanzo di Roger Hobbs del 2013, autore statunitense di ventidue anni esordiente, e possiamo solo sperare che non dia seguito a questa storia, o a qualsiasi altra storia per la verità.

          La trama è questa: una rapina a mano armata a un casinò di Atlantic City finisce in un bagno di sangue, con uno dei rapinatori ferito e in fuga, all'uomo che ha organizzato il colpo non rimane che rivolgersi a Jack Delton, che dovrebbe essere quello che nel gergo si definisce un'"ombra": un uomo senza identità, che ripulisce le scene dei crimini senza lasciare la minima traccia di sé. Un mestiere da autentici professionisti, spesso rischioso.

          Le premesse sono ottime, le idee sviluppate che ne seguono, molto meno. La trama si rivela sfilacciata, i protagonisti sono ridicoli, macchiette di tutti quegli stereotipi che ci sono negli action-thriller come questi, solo che ne sono davvero la brutta, bruttissima copia. Siamo lontanissimi dai primi libri di Lee Child, con il suo "Jack Reacher", per citarne uno dei migliori.

          Il protagonista ha alle spalle un'esperienza decennale da "ombra", che dovrebbe essere una specie di Rambo/James Bond/Jason Bourne tutti mescolati insieme ma non si capisce com'è che in questa storia sembra non azzecarne una in fila all'altra e incappa in errori che neanche il primo boy-scout a montare la prima tenda nel bosco, però poi ovviamente ammazza tutti i cattivi (con i dovuti sensi di colpa) e sbroglia la (complicata?) matassa; non parliamo poi di chi l'avrebbe addestrato: una specie di Mata Hari bellissima, intelligentissima, una camaleontessa che sa trasformarsi in ogni situazione cambiando voce e atteggiamenti in un attimo. E va beh, ah ovviamente viene ingroppata dall'ombra/boy-scout. Tralascio la figura del cattivo, che è così cattivo per tutto il libro che vi farà fare la pupù nelle mutande, però poi si farà fregare come un idiota dalla nostra amata ombra.

          Insomma, avete capito, state lontani da questa misera storia. Da dimenticare alla svelta.


          Voto: 1/5