lunedì 4 settembre 2017

Vademecum per perdersi in montagna - Paolo Morelli


Vademecum per perdersi in montagna

 

I Contenuti

In questo manualetto di filosofia di montagna, Morelli considera una fortuna che la terra sia corrugata e continui in futuro a corrugarsi e a generare rilievi, nonostante le acque lavorino per rendere i continenti lisci, adatti alle strade asfaltate e alla civiltà della ruota. Da pochi lustri si è appreso che le principali catene montuose, contorcendosi come vertebrati, salgono ogni anno di qualche decimillimetro. Questo libro è per chi gode di tale notizia, e spera invece che il mare si allontani, assieme alle spiagge, alle cabine e ai bagnanti, che sono concettualmente agli antipodi. Il libro si vedrà che è al fondo un po' stoico, anche un po' scettico (forse taoista, anche se l'autore certo non lo direbbe); il che serve a moderare i furori alpestri e la foga ascensionale degli zotici, ma anche a far sorgere la voglia di una fuga definitiva e felice tra i monti, con tutto l'indispensabile. 

La Recensione

E' colpa mia. 

Qualunque richiamo, sia fotografico, disegnato, scritto o anche solo promesso vagamente dove compaia la parola o l'immagine di una montagna, farà da catalizzatore, da richiamo sirenico di Ulissiana memoria e mi farà tendere le mani e aprire il portafoglio.

Va da sè che, come prima o poi a camminare per prati in montagna lo scarpone in qualche buascia di vacca ce lo infili, anche in questo caso non è che sia molto diverso.


Voto: 1/5

    giovedì 31 agosto 2017

    Le otto montagne - Paolo Cognetti


    Le otto montagne by Paolo Cognetti

     

    I Contenuti

    La montagna non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all'altro, silenzio, tempo e misura. Lo sa bene Paolo Cognetti, che tra una vetta e una baita ambienta questo potentissimo romanzo. Una storia di amicizia tra due ragazzi - e poi due uomini - così diversi da assomigliarsi, un viaggio avventuroso e spirituale fatto di fughe e tentativi di ritorno, alla continua ricerca di una strada per riconoscersi.
    «Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand'ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna. Sì, parla proprio di questo».
    Paolo Cognetti
    Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo «chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso» ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lì, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, «la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui». Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito piú vero: «Eccola lì, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino». Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno. Paolo Cognetti, uno degli scrittori più apprezzati dalla critica e amati dai lettori, entra nel catalogo Einaudi con un libro magnetico e adulto, che esplora i rapporti accidentati ma granitici, la possibilità di imparare e la ricerca del nostro posto nel mondo.


    La Recensione

    Le otto montagne di Paolo Cognetti, scrittore italiano classe 1978, autore di raccolte di racconti per Minimum fax tra l'altro di "Sofia si veste sempre di nero", "Manuale per ragazze di successo", "Una cosa piccola che sta per esplodere", e anche di alcuni saggi sulla montagna con "Il ragazzo selvatico" e un paio su New York come "New York è una finestra senza tende". L'8 novembre del 2016 è uscito per Einaudi il suo primo romanzo in senso stretto: Le otto montagne, appunto, venduto in 30 paesi ancor prima della pubblicazione e con il quale si è aggiudicato il Premio Strega 2017.

    La trama del romanzo: È la storia di Pietro, nato in città, silenzioso, figlio di un uomo e una donna appassionati alla montagna. Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. Un piccolo paese, Grana, sotto il Monte Rosa diventa il luogo dove passeranno le loro estati, dove Pietro conoscerà Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". La storia diventa doppia, vedremo crescere i due amici con vite diverse, quasi diametralmente, con scelte che solcheranno come sentieri montani le loro vite, vedremo invecchiare i genitori di Pietro e l'entrata in scena di nuovi personaggi, fino a scoprire l'eredità che la montagna lascerà a tutti loro.

    Quando esce un libro con una copertina o un rimando nel titolo (a parte quelli nello scaffale sport) che ha a che fare con la parola "montagna", io non resisto, finisce immancabilmente nel carrello anche se fosse la storia di un sasso che non si è mai mosso da una cengia per millenni. E' una mia deformazione passionale, per me le montagne sono un richiamo troppo forte, ho una parte del cervello che probabilmente è a forma di una catena montuosa e tutto ciò che attiene ad esse sono per me un'attrattiva troppo forte; ma questo libro rimane sui miei scaffali per parecchio tempo... prima perchè un amico me ne parlò e lo liquidò in maniera spiaccia dicendomi che non gli era piaciuto molto e questo m'influenzò, poi perchè quando vinse il premio Strega me lo fece diventare antipatico nell'attimo stesso in cui lessi la notizia. Non per una sorta di snobismo letterale, ma perchè so come vengono assegnati questi premi e dunque di default li setto come “pura operazione commerciale”. Senonché quelle montagne con la baita sotto, con le nuvole basse a circondarla e sotto un cielo stellato erano un richiamo troppo alto per la mia sezione del cervello adibita ai monti e guarda la copertina oggi e guardala domani…

    Appena ho cominciato a leggerlo ho capito che mi avrebbe catturato e che non mi avrebbe lasciato per molto tempo: la montagna, nella sua forma più reale e anche in quella più astratta che ci sia (intesa come calderone di emozioni ed esperienze), è custode e a sua volta protagonista di questa storia, che tratta di formazione, affetti familiari e di amicizia. E’ da un po’ che non mi capitava di leggerne di così belli, intimi, lirici e selvaggi, sebbene il romanzo sia breve.
    Ho adorato da subito la descrizione della vita scandita dal duro lavoro e dai ritmi dettati dalla natura in montagna, dai due personaggi così diversi seppure affini, dalla loro amicizia che si rinnova ad ogni estate quando Pietro lascia la città per fare ritorno insieme alla famiglia tra quelle montagne e, ogni volta, Bruno è lì ad aspettarlo, come se non fosse passato che un giorno. Perché le parole non contano, come non conta la distanza che li separa.

    Quello che prende vita dal libro è il racconto della vita: le avventure, i giochi, le incomprensioni, le prime difficoltà e i sensi di colpa; i due bambini che diventano ragazzi e il diventare adulti, sbagliando, cadendo, riprovando e le loro famiglie, diverse ma entrambe imperfette, ma soprattutto si racconta di padri, fragili o brutali e delle donne che gli stanno accanto.

    Ma sopra tutto, lei, la montagna, protagonista assoluta. Un atto d’amore verso di lei come la intende Cognetti, lontana dal consumismo di massa dello sci invernale o dei paesini ricostruiti e finti che richiamano i turisti per pochi mesi l’anno. Una montagna vera, rude, spietata e selvaggia, indifferente alle vite degli uomini.

    Questo è anche un libro sulla solitudine che è comune a chi in montagna ci va, ancor più a chi ci vive, fatta di silenzi, della difficoltà ad aprirsi verso gli altri, di sacrificio, ma anche di gioia quando si riesce a raggiungere una vetta intesa anche come obbiettivo di vita. La forma e le parole di questo romanzo sono essenziali, dirette, eppure evocative ed intense in cui senza dubbio si avverte l’eco di una persona che in montagna ci ha vissuto e ci vive.

    Considero quasi essenziale questa lettura a chi ama la montagna, perché saprà ritrovarsi in molte parole e gesti comuni a tutti quelli che si perdono in pratoni, pietraie e ghiacciai, ma al contempo, essendo un bellissimo romanzo di formazione, lo consiglio a tutti per la potenza evocativa dei legami famigliari che porta con sé.

    «Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.»


    Voto: 5/5

      lunedì 28 agosto 2017

      Gilead - Marilynne Robinson


      Gilead

       

      I Contenuti

      Il reverendo John Ames sta morendo. Sa che non potrà veder crescere il figlio di soli sette anni, né offrirgli testimonianza di ciò che è stato e ha imparato. Sceglie allora di affidarsi a una lettera-diario, per mostrargli quanto di sé, e del mondo, è importante sapere. E così nelle pagine dolcissime di questa confessione gli racconta della forza con cui ha amato un'esistenza non sempre facile, delle sue convinzioni e dei suoi dubbi, di come sia sceso a patti con il passato e abbia accettato di vivere nel presente guardandolo sempre con grazia e meraviglia. Un atto d'amore, un dialogo intenso di un padre con un figlio e di un uomo con Dio. Un romanzo lucido e luminoso nel quale l'intelligenza e la speranza parlano la stessa lingua.

      La Recensione

      Gilead, in originale pubblicato come "Gilead" è un romanzo scritto da Marilynne Robinson che è stato pubblicato nel 2004. Marilynne Robinson pubblica per la prima volta Gilead nel 2004 e vince il premio Puitzer nel 2005. L’Italia ha atteso diversi anni per pubblicarlo ma la traduzione di Eva Kampmann restituisce minuziosamente l’atmosfera linguistica dell’originale. E' il secondo romanzo della scrittrice, ed è il primo della trilogia, a cui si aggiungono Casa e Lila che compongono il trittico romanzesco che segna la definitiva consacrazione dell'autrice.

      Il libro è scritto come un romanzo epistolare. Infatti l'intera narrazione è un unico, continuo, seppur episodico documento, scritto a più riprese in una forma che combinano un diario e un memoire. Leggiamo l'autobiografia fittizia del reverendo John Ames, un anziano parroco nella piccola città isolata di Gilead, Iowa, che sa che sta morendo di una malattia cardiaca. Ames spiega che sta scrivendo un resoconto della sua vita per il suo figlio di sette anni, che avrà pochi ricordi di lui.

      Siamo nel 1956, John ha 76 anni e sente che la fine è prossima. Dieci anni prima ha incontrato l'attuale signora Ames, molto piú giovane di lui. La donna aveva sofferto molto: il pastore se ne innamorò e in lui la ragazza ha trovato conforto e assistenza. Ora sembra proprio che siano felici, sotto ogni punto di vista. Il vecchio padre sente che il figlio di sei anni non potrà mai veramente conoscere la sua storia. Ames inizia cosí a scrivere una specie di testamento, la storia della sua famiglia. Racconta di suo nonno, un uomo impegnato nelle lotte contro la schiavitù, del padre pacifista durante la guerra di Secessione. E poi si chiede: cosa ho imparato io da tutti voi?

      Il romanzo è pieno di personaggi che si specchiano e si riflettono, dove Gilead che sta al centro è un crocevia, un piccolo pezzo di mondo in cui si affacciano le vite e le storie dell’agire umano, nella narrazione di poche vite è racchiusa l’intera vicenda umana, nelle pagine si riesce ad evocare il significato della fede, l’incredibile potenza con cui si crede in qualcosa. Senza quasi che il lettore se ne accorga, con una prosa molto curata tra meditazioni e citazioni bibliche, Marilynne Robinson racconta in questo libro niente meno che la storia di un santo, un santo che non si fa annunciare da roboanti miracoli e che mai oserebbe proclamarsi tale, e l'inconsueto fascino del libro sta proprio in questo dire tutto dando l'impressione di non dire niente. 

      E' un libro meraviglioso per chi ha voglia di dedicarsi con calma e concentrazione alla lettura. Non è un romanzo da mordi e fuggi, richiede pazienza e tempo sebbene sia breve. E' commovente, intimo, profondo e raccolto e trasmette un senso di pace rassegnata.

      Leggetelo.


      Voto: 4/5

        Il silenzio - Erling Kagge


        Il silenzio by Erling Kagge

         

        I Contenuti

        In media, perdiamo la concentrazione ogni otto secondi: la distrazione è ormai uno stile di vita, l'intrattenimento perpetuo un'abitudine. E quando incontriamo il silenzio, lo viviamo come un'anomalia; invece di apprezzarlo, ci sentiamo a disagio. Erling Kagge, al contrario, del silenzio ha fatto una scelta. Nei mesi trascorsi nell'Artide, al Polo Sud o in cima all'Everest, ha imparato a fare propri gli spazi e i ritmi della natura, e a immergersi in un silenzio interiore, oltre che esteriore: un immenso tesoro e una fonte di rigenerazione che tutti possediamo a cui è però difficile attingere, immersi come siamo dal frastuono della vita quotidiana. Ma che cos'è il silenzio? Dove lo si trova? E perché oggi è più importante che mai? Queste sono le tre domande che Kagge si pone, e trentatre sono le possibili risposte che offre. Trentatre riflessioni scaturite da esperienze, incontri e letture diverse, e tutte animate da un'unica certezza: che il silenzio sia la chiave per comprendere più a fondo la vita.


        La Recensione

        Il silenzio, titolo originale "Stillhet i støyens tid. Gleden ved å stenge verden ute", è un libro del 2016 dell'esploratore Erling Kagge. L'autore norvegese è uno dei più grandi avventurieri del nostro tempo: è stata la prima persona al mondo a camminare da solo al Polo Sud. E' stato anche il primo a superare i "tre poli" - Nord , Sud e la vetta del Monte Everest.

        L'autore con questo libro vuole dirci che il silenzio parla, comunica, racconta. Occorre semplicemente saperlo ascoltare perchè ha molto da dire; Il libro è strutturato in trentadue risposte alla domanda cosa sia "Il silenzio", che vogliono essere risposte ai vari modi di interpretare e vivere il silenzio. Indubbiamente chi come il sottoscritto ha passato ore in montagna da solo, sa bene cosa sia il silenzio e tutto ciò che ne comporta: la paura di restare soli con la persona che probabilmente ci incute più paura, noi stessi.

        Si ha paura di conoscere meglio se stessi nel silenzio. Molte volte evitiamo "di essere presenti a noi stessi all'interno della nostra vita e piuttosto viviamo nelle distrazioni degli smartphone, della tv, nelle aspettative da parte degli altri e delle persone che contattiamo nelle chat. Invece, il silenzio dovrebbe parlare, e noi dovremmo parlare con lui, al fine di sfruttare il potenziale che è presente in esso. Il silenzio va insieme alla meraviglia, ma ha anche una sorta di maestà in se stesso, è come un oceano, un campo fiorito, una distesa di neve senza fine".

        In quest'epoca del bombardamento di informazioni, staccarsi dal mondo è una necessità spesso sottovalutata dai più; chi ha dimestichezza con il stare da soli a camminare, riflettere, soprattutto a contatto stretto con la natura, molto probabilmente tutto quanto scritto in questo libricino in un modo o nell'altro lo ha già dentro di sè e a parte alcuni aspetti filosofici più complessi non aggiungerà niente di nuovo al proprio bagaglio di silenzi.

        Dunque mi sento di consigliare la lettura di questo libricino a chi è sempre connesso, a chi è sempre distratto da questo sovraccarico di stimoli e informazioni che ci circonda continuamente in questa epoca "social", a chi ha voglia di affrontare molto probabilmente la persona che conosce di meno, cioè se stesso, perchè quando si impara a stare bene nel silenzio a tu per tu con la propria anima si ha il vantaggio di stare bene anche con gli altri, o al massimo, si impara ad ignorarli e stare bene comunque con il proprio spirito.


        Voto: 3/5

          Le Grandi Storie della Fantascienza 1 - Isaac Asimov


          Le Grandi Storie della Fantascienza 1 by Isaac Asimov

           

          I Contenuti

          Le grandi storie della fantascienza, dedicate al meglio della fantascienza dell'età d'oro. Una per anno, i dieci volumi coprono il periodo dal 1939 al 1948. E' già in edicola il primo volume, di oltre 500 pagine, allegato a Newton di giugno al prezzo di 3,90 euro. Nel volume, che riguarda l'annata 1939, moltissimi grandi classici, come Io, robot di Eando Binder, Il mantello di Aesir di John Campbell, Il distruttore nero di A.E. Van Vogt (dal quale secondo alcuni ha tratto spunto il film Alien), Il triangolo quadrilatero di William F. Temple. Fantascienza sicuramente datata, in qualche caso ingenua, ma sempre ricchissima di quel sense of wonder che in quegli anni era la maggior ricchezza del genere.


          La Recensione

          "Le grandi storie della fantascienza 1", titolo originale "Isaac Asimov Presents: the Great SF Stories 1 (1939)", è il primo volume dell'antologia di racconti di fantascienza Le grandi storie della fantascienza raccolti e commentati da Isaac Asimov e Martin H. Greenberg per far conoscere maggiormente i racconti della Golden Age (Età d'oro) della fantascienza, che va dal 1939 al 1963. Le 25 raccolte furono pubblicate in origine dal 1979 al 1992, alla cadenza di due volumi l'anno.
          Gli ultimi due volumi vennero in realtà curati da Martin H. Greenberg assieme a Robert Silverberg (le condizioni di salute di Asimov andavano peggiorando e lo condussero alla morte nel 1992). Le antologie sono state edite in italiano da diverse case editrici. Dal momento che non fu raggiunto un accordo sulla loro pubblicazione, i testi dei racconti di Robert A. Heinlein presenti nelle raccolte originali non furono pubblicati in italiano, con l'eccezione del primo volume (di tutte le edizioni) e dei primi tre volumi della ristampa Bompiani, che li riportano.

          In questo primo volume, che riguarda l'anno 1939, troviamo la raccolta dei seguenti racconti, a fianco ho messo per ognuno la mia valutazione sul racconto: 

          Io, Robot 4/5
          Lo strano volo di Richard Clayton - 4/5
          Problemi con l'acqua di H. L. Gold - 3/5
          Il mantello di Aesir di Don A. Stuart - 1/5
          Il giorno è compiuto di Lester del Rey - 3/5
          Il catalizzatore finale di John Taine - 2/5
          L'uomo nodoso di L. Sprague de Camp - 3/5
          Il distruttore nero di A. E. van Vogt - 3/5
          Più grande degli dei di C. L. Moore - 2/5
          Oscillazioni di Isaac Asimov - 3/5
          La giraffa blu di L. Sprague de Camp - 2/5
          L'aureola fuorviata di Henry Kuttner - 1/5
          Pianeta pesante di Milton A. Rothman - 4/5
          La linea della vita di Robert A. Heinlein - 1/5
          Creature eteree di Theodore Sturgeon - 1/5
          Pellegrinaggio di Nelson Bond - 2/5
          Ruggine di Joseph E. Kelleam - 4/5
          Il triangolo quadrilatero di William F. Temple - 1/5
          Stella che brilli lassù di Jack Williamson - 2/5
          Disadattato di Robert A. Heinlein - 3/5

          Se devo invece dare una considerazione finale su tutti i racconti devo scrivere che alcuni sono buoni, nessuno mi ha fatto rimanere con il fiato sospeso e altri, purtroppo la maggior parte, li ho trovati davvero pessimi e nel complesso questo primo volume mi ha lasciato piuttosto perplesso.

          In questa raccolta di racconti si vedono molti aspetti della fantascienza. Forse troppi, tutti mescolati insieme. Dalle intelligenze artificiali, alle realtà post-apocalittiche, ad assurde situazioni e poi ancora grandi invenzioni e scoperte, avventure nello spazio, creature di altri mondi... il problema di fondo è che nel 1939 tutto ciò poteva creare quel "sense of wonder" che era tipico per racconti che si affacciavano per la prima volta nelle librerie americane, adesso nel 2017 per lo più fanno sorridere; sebbene sia importante rileggere questa fantascienza pioneristica, ciò non toglie che lo si fa con una punta di noia.

          Una lettura che non può mancare agli appassionati, agli altri, tutto sommato, sì..


          Voto: 2/5